U Luppinaru

di Orazio Mezzio

tratto da "Sicilia Illustrata", n.2 Giugno 1991

u luppinaru

La valle del fiume Ciccio è giorno dopo giorno più silenziosa. Con il passare del tempo sono sempre meno i giardini che quotidianamente vengono <<curati>> dagli anziani pensionati che rifiutano l’ozio del paese, e con ostinazione fra acciacchi e malanni, nonostante le insistenti proibizioni delle mogli e dei figli (se non anche del medico, ma generalmente questo gode di più credito) perseverano nel loro passatempo <<ecologico>>.

D’altronde per essi la campagna è tutta la loro vita: se ne sono distaccare solo per prestare servizio militare <<a tempo di guerra>> o per un lungo viaggio oltreoceano per abbracciare un figlio o un fratello <<emigrato>>, perchè questa terra non poteva sfamare tutti.

Poi venne la Sincat (oggi Montedison) e le cose, nonostante <<i veleni>>, cambiarono in meglio.

Ma ritorniamo alla nostra valle. Abbiamo percorso l’impervia stradina l’altro giorno attraversando il giardino di compare Orazio <<Crapittu>> (così chiamato perchè grande arrampicatore di alberi e di rupi). Oggi la rasciura è abbandonata. I suoi figli lavorano all’estero, compreso Paolo che con il picco (... in quei tempi!) aveva rotto la pietra bianca per preparare il terrazzamento. Il genero aveva tentato di allevarci i conigli e le galline ma oramai le solitarie campagne sono preda sicura dei soliti ignoti sciacalli.

Arrivati al fiume, proprio da dove parte la condotta che porta l’acqua al paese, abbiamo trovato i fratelli Di Pietro, detti <<i Suitani>> (perchè, ci spiegano essi stessi, il loro antenato Gaetano era originario di Floridia, Ciudianu). Con i Suitani, le loro mule che si abbeveravano prima di riprendere il passo per le terre di Pantalica. Per portare la mula il casco non era ancora obbligatorio!

Il fiume è diverso da come ce lo ricordavamo, la piena di questo inverno di abbondanti piogge ha cambiato tutto. Ha rubato anche la pietra della lavandaia che settimanalmente, ancora oggi, vi fa il bucato <<con il detersivo>>.

Prima, ma non molto tempo fa, non era raro incontrare le donne del paese che con la truscia in testa e cantando per alleviare le loro fatiche si recavano al fiume per lavare la biancheria con il sapone fatto in casa, la stendevano sul prato, nei muri a secco, sopra la roccia bianca. Al ritorno facevano loro compagnia ai bambini con le quartare di acqua fresca da portare nelle case prive di rubinetti.

Camminando sentivamo la frescura di questo fiume in cui scorre la vita di Sortino. E’ dalla sua vena che nasce, più a monte, la fontana prodigiosa creata dalla treccia della martire santa patrona del paese: Sofia. Più a valle invece il fiume bagnava la vecchia Sortino prima di congiungersi con le acque dell’Anapo. Ed è con questi sentimenti riaffiorati in noi, scendendo per la valle, che siamo arrivati nella campagna che fino a poco tempo fa è appartenuta al 73enne Vincenzo Aliotta: U luppinaru.

Dopo la sua morte la valle è ancora più silenziosa, non ospita ormai nemmeno Ciccina, la sciccaredda con cui vendeva i lupini in giro per il paese facendo la felicità dei bambini all’inusuale presenza; ora Ciccina è stata trasferita a Cassaro dove c’è chi può badare a lei.

E’ nel ricordo di quest’uomo, della sua figura, che guidati dal figlio Cesare, l’ultimogenito, che abbiamo fatto questo nostro viaggio alla scoperta dei segreti dô luppinaru. Perchè di segreti si tratta, considerato come si insospettisse alla presenza di curiosi nel suo terreno e fra i tanti anche me quando da bambino con i miei amici sconfinavamo nella sua proprietà giocando lungo il fiume.

Cesare per prima cosa ci fa vedere u cannisciu , un rudimentale silos in miniatura (originariamente fatto di canne, da questo il nome) dove vengono conservati i lupini: <<Ma attenzione – ci fa osservare la nostra guida – deve essere sollevato da terra perchè con l’umidità i lupini gonfiano>>.

I lupini sono il frutto leguminoso del Lupinus Albus, o lupino bianco.

Però la pianta non cresce nei pressi del fiume Ciccio, in quanto predilige terre pietrose e magre, purchè non abbondino di calcare. Si trova bene nelle terre dei vicini Monti Climiti (più a valle), di Canicattini Bagni, di Monterosso Almo, Grammichele, dove ancora oggi si possono andare a comprare direttamente nelle case dei contadini, basta mettersi in contatto col sensale (il mediatore).

Tutta la lavorazione dei lupini consiste in una elaborata opera di addolcimento. Inizialmente il particolare seme è molto amaro (per la presenza in esso della Lupinella che lo rende amaro), praticamente incommestibile all’uomo.

E per fare ciò occorre lavorare in un luogo con molta acqua corrente: << Ma attenzione – veniva raccomandato da Cesare – l’acqua deve scorrere sulla pietra bianca e non su quella nera, lavica, perchè l’ addolcimento non viene allo stesso modo>>.

Questo uno dei tanti segreti tramandati dal nonno di Vincenzo Aliotta al suo ultimo nipote maschio che a sua volta lo ha tramandato al suo ultimo figlio. Ma procediamo con ordine. Dal cannisciu i lupini passano direttamente in un primo bagno di acqua corrente, nel fiume, dentro dei sacchi di tela. E questo per 24 ore.

... L’indomani mattina u luppinaru tirava fuori i lupini dai sacchi e li metteva direttamente nella quarara per poi bollirli. Cesare ha tenuto ad evidenziare che il fuoco deve essere fatto con legna: << se li cuocevamo con il gas ottenevamo tutto un altro sapore>>.

Dopo che l’acqua si lasciano ancora un pò sul fuoco , il tempo necessario è dato dalla qualità del seme. <<A questo punto – ricorda Cesare – si sprigiona un intenso odore, come di ricotta>>. Appena l’esperienza ci fa capire quand’è il momento giusto si tolgono dal fuoco e <<come per gli spaghetti>> si separano dall’acqua (senza schiumarli perchè questo, assieme al sale, contribuirà poi a creare la particolare patina gelatinosa) per mezzo dei cufini ( i cesti fatti dal signor Aliotta con vimini e canne), per consentire all’acqua di andare via senza che i lupini si perdano.

Ma i semi sono ancora amari. Occorrerà ancora una settimana all’acqua del fiume per eliminare completamente la lupinella.

... La domenica alle sei u luppinaru era nuovamente al fiume Ciccio. Toglieva i lupini cotti dal bagno, li passava nei cannisci bagnati (affinchè i lupini, ormai sempre bisognosi di umidità, non si seccassero). Qua venivano salati in ragione di un Kg di sale per venti Kg circa di lupini. Così si formava definitivamente anche il particolare strato gelatinoso che contribuirà a tenere i semi ben umidi.

Dai cufini, i lupini venivano messi nelle bisacce di Ciccina ...e su per la valle, verso il paese dove, già alla prima fermata, davanti la sua casa, c’erano i bambini del vicinato che lo aspettavano per fare anche un pò di compagnia alla sciccaredda, mentre u luppinaru faceva colazione.

Per la verità Ciccina non è stato l’unico amore dô luppinaru, ne ha cambiate diversi di asini in tutti questi anni di attività ma tutti li chiamava <<Ciccina>> forse per il nome del Fiume Ciccio).

U luppinaru non era mai riuscito ad imparare la guida delle motorette: quando ci provava le guidava come se si trattasse di una sua Ciccina.

Nella scelta della sua Ciccina era rigoroso: la voleva prestante affinchè i bambini vi potessero giocare senza paura: << A siri manza e bedda>>.

I quartieri se lo contendevano nel suo giro domenicale e lui cercava di accontentarli un pò tutti cambiando tragitto ogni volta. Il suo richiamo era l’inconfondibile <<vanniata>> (descrivibile solo con l’ausilio del pentagramma) con la quale raccoglieva attorno a sè i suoi <<fans>>. Arrivati, come sempre, al bar di Silluzio, per il solito cartoccio di lupini, Ciccina affacciava la testa dentro il bar per ricevere direttamente dal gestore la meritata caramella.

“Ma mio padre tutto questo non lo faceva per soldi – tiene a specificare Cesare – ormai per lui, che diceva di avere il mestiere nel sangue, era un punto di orgoglio per mantenere in vita una tradizione tramandatagli dai suoi nonni. Non mancava di ricordarmelo. Così ha voluto sempre che io continuassi la tradizione ... e forse fra qualche mese lo farò contento”.

Giuseppe Rio ricorda i suoi versi:
<<Aliotta nun vinni sulu luppini,
ma co cori ch’è sempri fistanti,
e cu la rima c’avi na li vini,
teni allegri l’amici, tutti quanti>>

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