Il burlone musicante

di Dionisio Mollica

Tratto da: Il Loggiato dei tamburai

Gioacchino Bruno

Gioacchino Bruno era il personaggio del paese. Dan Gnachinu il fotografo, dan Gnachinu l’artista. Si, dan Gnachinu, quel vecchio bizzarro e bislacco, con la testa per aria e i capelli bianchi anche, quello che si trascinava per la via del Corso, trasandato, con i pantaloni ciondolanti e sul chi va là per cadere, e le bretelle penzoloni, con le scarpe senza lacci e il mozzicone senza filtro e senza sigaretta, sempre acceso e sempre spento. Ma sempre.

Ma sì, dan Gnachinu, quel simpatico vecchio tutto strambo, eccentrico e curioso, che ormai non ci vedeva quasi più, e quando ti incontrava per strada non ti riconosceva mai e ti guardava con il ghigno accattivante e diceva, ma cu si, fatti canusciri, ca nun ci viru bonu. E invece ti riconosceva benissimo, il furbastro. E allora glielo dovevi dare il voi, e volentieri, iu sugnu, dan Gnachinu, mi stati canusciennu?

Andavo a trovarlo ogni tanto, nel minuscolo buco di una stanza che si affacciava lungo il Corso.

Ci andavamo tutti, per la verità, estimatori e denigratori.

Entravi e la stanza così piccola si allargava di colpo, e le pareti diventavano mobili e si dilatavano e si restringevano, come un elastico. E li c’era sempre qualcuno, dan Gnachinu non era mai solo.

E ogni volta mi colpiva lo sguardo penetrante di una vecchia fotoin bianco e nero, messa lì sul muro ingiallito dalla coltre di fumo, che ti guardava solenne, con autorità, dall’alto in basso, come in posa ducesca. Credo fosse suo padre, con la testa pelata. La foto naturalmente non stava mai dritta, era sempre storta e in stabile oscillazione, come un pendolo.

Lui stava sempre seduto, a dipingere, con quel mozzicone perenne che sembrava un pennello, ormai. E mi colpiva il mozzicone di dan Gnachinu. Che lo fumava tutto, fino all’ultima scaglia di tabacco, fino all’ultima fiammella di fuoco, fino a bruciarsi le dita, esili pezzi di carbone, insensibili come pietre.

Trascorreva il tempo a disegnare con una vecchia matita, inventava misture e coloriture.

Dan Gnachinu colorava i colori e poi ci metteva la musica. Tavolozze che si ascoltavano, e si udivano i versi de iaddini, e si sentiva il profumo dô strattu, e lo scrosciare impetuoso dell’Anapo. E l’aratro dei contadini che solcava anche i quadri arsi dal sole bollente e il sudore della fronte e il sudore della fronte e le spighe di grando e la raccolta delle olive.

Colori pieni di Sicilia antica, che non c’è più. Come dan Gnachinu.

E si parlava, di tutto. Delle storie antiche, de cosi di paisi, de ngiuri di questo e di quello. si stava bene nell’anfratto di dan Gnachinu, non c’era frenesia, nè tensioni, nè rumori, tutto scorreva trascinato da ua calma sublime e surreale. Anche il silenzio era piacevole e ci parlavo. E l’anfratto si dilatava e diventava saluni di varberi e putia ‘i vinu, e c’era spazio per tutti.

Poi arrivavano i due compari, Luciu e dan Vincinzinu. E c’era anche dan Ciccinu con la chitarra e poi i maestri ‘i musica. Ed era festa.

La compagnia dei musicanti si improvvisava, così, su due piedi, alla buona, senza fronzoli e orpelli. Dan Gnachinu suonava il violino e l’anfratto si allargava, sempre di più, fino a raggiungere il marciapiede, il Corso, la piazza. E si cantava nelle sere d’estate, melodie a cielo aperto. Le serenate se ne andavano a girovagare lungo il Corso e lo riempivano, sottovoce. Jachinu, l’uomo libero, con tutti e contro tutti, perfino contro se stesso. E se ne fregava. La libertà l’aveva cercata, voluta e la possedeva. Già, Jachinu e gli uomini liberi, quelli che burloneggiano la vita e la prendono a schiaffi, e le fanno gli sberleffi e la insultano e la scherniscono, così, senza farsi scoprire, senza farsi accorgere. Quelli che prendono a calci il protocollo e le etichette, e fanno a pugni con le facciate delle chiese e le facciate degli uomini.

Jachinu apparteneva alla nobile categoria dei burloni, quelli che dicono le bugie vere e le verità inventate. Jachinu, il burlone, il musicante, il vessillo fiero della libertà.

Ma si, dan Gnachinu, il comunista, che derideva i bottegai della politica dô paisi e li prendeva in giro e ti raccontava di Ianuzzu Papa e Mario Giardino, i sinnici. Il dissacratore, quello che non aveva peli sulla lingua, che credeva in un dio tutto suo, e ci parlava e ci litigava. E si sciarriava che parrini. Che gli volevano bene.

La stanza è vuota.

Io so dov’è dan Gnachinu, lui me lo disse una volta che non erano mai andati mai troppo d’accordo e alla prima occasione glieLo avrebbe detto.

Me lo disse, una volta, ma iu ci vulissi diri o Signuri... ma chi Vi pari giustu...

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