L'opera dei Pupidi Maria Cannata
Il museo dei pupi ospita il fondo Puglisi, acquistato dal comune nel 1987, un anno dopo la morte di don Ignazio Puglisi. Attualmente è ospitato nei locali annessi alla chiesa del Carmine, in attesa di ritornare alla sua sede iniziale di Piazza San Francesco.Foto: Marco Cannata MUSEO DEI PUPI
IGNAZIO PUGLISI ![]() VITA
Don Ignazio, da tutti conosciuto come "ra Gnazziu u pastaru" per via del mestiere che esercitava per vivere, era figlio d'arte da più generazioni; il padre, infatti, era un puparo girovago, così come il nonno.
Fin da piccolo aiutò il padre nel suo spettacolo e all'età di sette otto anni cominciò anche a calcare il palcoscenico esibendosi, a fine spettacolo, come prestigiatore e piccolo mago.
Il destino volle che Ignazio, ancora ragazzo, rimanesse orfano per via della famigerata epidemia influenzale chiamata "Spagnola" che, solo in Sicilia, face un numero di vittime stimato intorno alle 30.000 persone. Entrambi i genitori furono colpiti dalla malattia mentre si trovavano a Biancavila e non ebbero scampo.
Negli ultimi anni della sua vita, quando lo spettacolo dei pupi era stato definitivamente soppiantato dall'avvento del cinema prima e della diffusione della televisione dopo, si esibì occasionalmente in occasione di particolari eventi e manifestazioni.
Il suo ultimo spettacolo sortinese lo vide all'opera nel piazzale dei Cappuccini in occasione della Sagra del Miele.
IL PUPARO
Ran 'Gnaziu era un puparo particolare, aveva la capacità di "maniare" i pupi e recitare allo stesso tempo; anzi, nel suo teatro era il solo a recitare, per cui ogni voce che accompagnava le gesta dei paladini era la sua: era riuscito, in pratica, a caratterizzare le voci dei vari pupi al punto da poter sostenere tutti i ruoli senza ingenerare confusione alcuna.
IL MUSEO
![]() Orlando brandisce la Durlindana La lotta tra cristiani e mori, la difesa della fede e dei principi del cristianesimo, le conversioni e i tradimenti, i vani eroismi e le fughe dei vili, le lotte di potere, gli amori, i tradimenti, le gelosie, la sofferenza e il dolore, tutto può essere trasposto e sovrapposto al villaggio globale che ci ospita oggi. Non per nulla, quello che da più parti e a lungo è stato considerato un teatro di secondo ordine per un popolo di analfabeti, è stato recentemente riscoperto e rivalutato anche da illustri pensatori del secolo appena trascorso che hanno letto nel ciclo dei paladini di Francia e nelle storie più localizzate, all'ombra dell'Etna, un messaggio sociale e culturale non di poco conto e non indifferente che ben si radicava nelle tensioni sociali dell'epoca in cui il teatro dei pupi ha avuto maggior successo popolare. Lo stesso Eco si rifiuta di dare al teatro dei pupi la connotazione di teatro per analfabeti e alle opere rappresentate quella di paraletteratura, al contrario è ben cosciente del valore etico, morale e sociale dell'epica dei cavalieri di Francia. Don Ignazio, lamentandosi della disaffezione dei giovani per questa forma di spettacolo, lo considerava invece adatto proprio a loro: "E' istruttivo. Fa conoscere le storie, insegna tante cose, ad essere onesti, ad amare la libertà, tante cose". Oggi, certo, duole vederlo spesso confinato nel mondo del folklore, ad uso e consumo del turista di turno o, nel migliore dei casi, degli studenti preparati da docenti appassionati, con spettacoli che somigliano ai fast food e con la pretesa di dare in un sol colpo uno spaccato del costume dell'epoca. Molti lamentano, e lo faceva anche don Ignazio prima di morire, l'abbandono da parte di chi di cultura si dovrebbe occupare, il mancato sostegno ad un'arte che certo nulla ha da invidiare ad altre forme di spettacolo. Sortino è stato, per qualche anno, un'isola felice perché ha promosso l'annuale rassegna delle marionette, nel corso della quale, tra uno spettacolo e una mostra, si è cercato di aprire un dibattito di rilevante spessore culturale, mettendo a confronto più scuole e più tesi ed interrogandosi sulla valenza e sul futuro dei pupi siciliani che, per essere stati dichiarati "patrimonio dell'umanità" non godono poi di così tanta attenzione. Altri, invece, pur continuando a sollecitare maggior attenzione da Enti e Istituzioni, hanno intrapreso un'opera di innovazione e di ricerca con un piede nel passato, un altro nel presente e la mente nel futuro, ottenendo, va detto, dei risultati decisamente apprezzabili già nell'immediato e forse ancor più nel futuro.
IL PALCO
Il palco di don Ignazio era del tutto smontabile e questo per via della necessità di poterlo trasportare da un paese all'altro. In tal caso veniva caricato su un camion, montato nel luogo dello spettacolo e poi smontato subito dopo. Cosa questa che non accadeva quando lo spettacolo dei pupi era parte integrante della vita di paese: in tal caso don Ignazio prendeva in affitto una casa, magari un "fondaco" in disuso, vi montava il palco e lì per alcuni mesi dava il suo ciclo di spettacoli.
![]() Il palco I PUPI
I pupi di don Ignazio sono della grandezza media dei pupi del catanese, cioè abbastanza grandi: alcuni di loro raggiungono persino l'altezza di un metro e cinquantadue centimetri, cioè altezza d'uomo. ![]() Testine Anche gli occhi meritano attenzione, alcuni dei pupi di don Ignazio, infatti, hanno la caratteristica di avere delle biglie di vetro incastonate nel viso a formare gli occhi. Sono i pupi che appartennero alla collezione di Ernesto Puzzo, un puparo di Siracusa che, smettendo di esercitare, li mise in vendita; Puglisi li comprò nel 1957, insieme al figlio Giovanni, per la somma complessiva di centomila lire da pagare a rate di cinquemila lire al mese. ![]() Testa con occhi di vetro Le gambe non presentano snodi né al ginocchio, né alla caviglia e questo li rende ancora una volta diversi dei pupi del palermitano che invece sono dotati di snodo al ginocchio e possono pertanto inginocchiarsi o montare a cavallo. Da questa particolarità deriva il movimento rigido e quasi saltellante dei pupi del catanese, come poi venne imitato più volte da un genio della comicità siciliana: Franco Franchi. Le braccia hanno lo snodo alla spalla e poi presentano all'interno una catena che unisce la piccola porzione di avambraccio in legno al polso, anch'esso in legno, che termina con la mano, quindi senza articolazione al polso. La catenelle che lega avambraccio e polso consente al braccio una ampia possibilità di manovra per gesticolare, combattere, alzare lo scudo... Le mani sono differenti l'una dall'altra: la mano destra tiene il pugno chiuso e lo spazio che corre all'interno viene utilizzato per inserire il manico della spada o del pugnale e avvitarlo all'elsa dall'altra parte; la mano sinistra è invece aperta, con le dita unite e il pollice parallelo ad esse ma un po' più spostato all'interno: serve per tenere lo scudo che viene agganciato attraverso una striscia in pelle o cuoio o per gesticolare durante un dialogo. Per manovrare i pupi e dar loro movimento si utilizzano due ferri e una cordicella: il ferro principale che attraversa il capo, un secondo ferro che è unito alla mano che impugna l'arma e una cordicella che muove la mano che tiene lo scudo.
I COSTUMI
I costumi, spesso sgargianti e ricchi di lustrini, venivano cuciti in casa dalla donne di famiglia: i colori predominanti sono il rosso e il verde e le bordature sono spesso in merletto e frange dorate. Non mancano mantelli e mantelline per le donne, lunghe gonne, vestiti e corpetti con camicette ornate da volant e maniche a sbuffo, corone, faroncine, pantaloni alla zuava, turbanti, stivaletti e fibbie. I materiali sono poveri: cotone, raso, a volte velluto, rari vestiti di damasco, ma i ricami e i lustrini tendevano a dare l'impressione dell'opulenza e dei fasti di una corte.
LE ARMATURE
Le armature, tutte molto pesanti e consistenti, venivano sbalzate a mano e spesso presentano segni di saldatura dovute al fatto che durante i duelli e le lotte, quando i pupi venivano lanciati l'uno contro l'altro, capitava che l'armatura si disunisse lungo la saldatura iniziale. In genere erano di rame o di stagno, ma più spesso in una lega chiamata alpacca che aveva il pregio di essere resistente e brillante.
I PERSONAGGI
I protagonisti delle storie sono quelli tratti da "Il Morgante" di Luigi Pulci prima, l'"Orlando Innamorato" di Matteo M. Boiardo, l'"Orlando Furioso" di Ludovico Ariosto e la "Gerusalemme Liberata" di Torquato Tasso dopo, ma va detto che nel 1858 Giusto Lodico di Palermo diede alla stampa quattro volumi a compendio dei poemi cavarelleschi già citati, che divennero punto di riferimento per il teatro dei pupi. ![]() Rinaldo e la spada Fusberta
I CARTELLONI
I cartelloni pubblicitari costituivano per i pupari quelle che per noi sono le locandine dei film. In genere venivano affissi al centro del paese e su di essi si doveva pagare la tassa di pubblicità attraverso una marca da bollo che doveva essere annullata.
![]() Rinaldo uccide dama Rovenza I FONDALI SCENICI
I fondali scenici che si vedono al museo sono dipinti a tempera su tela. Molti di essi sono stati dipinti dallo stesso don Ignazio che per risparmiare usava dipingerli da entrambi i lati.
In genere rappresentano accampamenti cristiani o saraceni, paesaggi di campagna, saloni di corte, scorci di paesaggio, ecc.
LO SPETTACOLO
Ogni spettacolo era costituito da tre atti e da una farsa finale. La farsa veniva recitata in dialetto, ma lo spettacolo in lingua italiana.
Ogni atto poteva richiedere anche fino a sei cambi di scena e questo presupponeva una capillare organizzazione perchè tutto quel che serviva per la rappresentazione fosse pronto al momento opportuno: i pupi era pronti a destra e a sinistra del palco in ordine di entrata in scena e quando uscivano di scena venivano riposizionati per la successiva entrata. Lo stesso vale per i fondi scenici e per eventuali trucchi di scena, suono o rumori particolari e quindi per gli strumenti che servivano per riprodurli.
LA FARSA
La farsa serviva per stemperare le tensioni legate agli avvenimenti, spesso tragici, dello spettacolo. Dopo l'ansia, l'angustia, il pianto, il disappunto, la collera, il furore, lo sdegno suscitati dalle scene dell'episodio, occorreva stemperare gli animi prima di tornare a casa.
A questo pensava la farsa che durava poco più di dieci minuti e aveva come protagonisti dei personaggi legati all'ambiente di vita quotidiano; niente eroi o cavalieri, niente re e regine; la scena era dominata da Peppennino, fannullone, bugiardo, imbroglione, un tantino tonto e dalla sua morosa Lauretta, pedante, un tantino più scaltra e gelosa con un contorno di amici e compari di Peppennino.
NOTIZIE UTILI Il museo è aperto tutti i giorni, compresa la domenica, dalle ore 9,00 alle 13,00. | |
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