Sortino DirutaUna Storia da Scrivere. di Dario Minnalà.
INTRODUZIONE
Gli studi e le ricerche compiuti in questi ultimi anni sulla Sortino Medievale rappresentano per gli appassionati, e non solo, una straordinaria occasione di riscoperta della nostra storia e un incentivo alla valorizzazione del nostro territorio che non consiste soltanto nelle più blasonate Pantalica e Valle dell'Anapo. Condurre degli studi sistematici su Sortino Antica non è un impresa facile. Alle difficoltà oggettive che comporta un sito piuttosto esteso, impervio e spezzettato in una miriade di proprietà private si aggiunga la quasi totale assenza di una letteratura moderna a riguardo. Queste ed altre ragioni hanno spesso scoraggiato non soltanto i semplici "archeofili", ma anche gli studiosi più qualificati. Così si è finiti addirittura con lo svalutare un sito che rappresenta sette secoli della nostra storia e che offre ancora oggi numerose testimonianze concrete della vita dei nostri avi. Gioacchino Bruno, "figlio e nipote d'arte", rappresenta in questo caso l'eccezione, avendo intuito l'importanza storica, antropologica e paesaggistica della "Sortino Diruta" ( come lui ama chiamarla! ). Da venti anni, infatti, Bruno conduce delle ricerche di eccezionale interesse volte ad una sempre più approfondita conoscenza dei vari aspetti che caratterizzarono l'antico borgo. A lui va il merito di aver catturato l'attenzione della comunità e delle istituzioni e di aver restituito ai sortinesi un parte di loro stessi dimenticata e sepolta. Dal 2003 ad oggi ho avuto il privilegio di assistere e partecipare in prima persona al lavoro condotto da Gioacchino Bruno. Cercherò in questa trattazione di riassumere i principali argomenti storici riguardanti la Sortino Medievale, soffermandomi invece sulla questione topografica e traendo degli spunti dalle nostre ultime ricerche.
LE FONTI STORICHE
Iniziare qualsiasi discorso sulla Sortino Medievale senza prima spiegare quali siano i cardini fondamentali sui quali poggiano gli studi condotti vorrebbe dire limitare la cognizione del lettore e non rendere giustizia ad uno tra i più grandi sortinesi della storia: il parroco Andrea Gurciullo. L'opera straordinaria del " Gurciullo-storico" si articola principalmente attraverso i suoi manoscritti: "Libro Primo, notizie della Chiesa di Sortino"; "Libro Secondo, notizie e memorie di ogni anno"; "Memorie spettanti a Sortino"; "Saggio storico-critico su di Erbesso". Consiglio a quanti fossero interessati di consultare le pubblicazioni del 2004 "ANDREA GURCIULLO, Fatti e vicende di Sortino Antica nelle cronache di un parroco storico" curata da Dionisio Mollica (Morrone Editore) e "ANDREA GURCIULLO. Primi appunti per un profilo biografico" curata da Franco Giuliano ed edita in "Sortino. Identità culturale e memoria. Eventi culturali 1997/2002" (oltre che nel nostro sito). Per quel che riguarda la Sortino Medievale , la prima opera rappresenta una vera e propria miniera di informazioni sicure: il Gurciullo scrisse questi appunti 60 anni dopo il terremoto, rifacendosi non soltanto alle fonti orali e ai racconti dei superstiti ma anche ai libri seicenteschi custoditi nelle chiese di Sortino ed alla visita di Mons. Vincenzo Rubito del 1543 e documentata nel registro delle visite conservato negli archivi della corte vescovile di Siracusa. L'opera, divisa in diverse sezioni, affronta con sensibilità la tragedia dei terremoti del Gennaio 1963 che sconvolsero Sortino (pagg. 380-386) e descrive con grande attenzione tutte le Chiese, i Conventi e i Monasteri che costellavano l'antico borgo medievale, compresa la loro collocazione. Queste preziose notizie, unite alla descrizione del Castello e delle processioni religiose, forniscono dati importantissimi sulla topografia del paese. Ma non è tutto. Nella sagrestia della Chiesa di S. Sofia è custodito una tela ( Olio, 183x129 ), recentemente restaurata, raffigurante la Sortino Medievale prima dei terremoti e commissionata dal parroco Gurciullo nel 1749. Sul lato sinistro del quadro, in alto, è ben visibile una legenda nella quale vengono menzionate 50 voci corrispondenti ognuna ad un numero. I numeri e le voci permettono una ricostruzione verosimile dell'abitato (il quadro presenta errori di prospettiva) nel quale spiccano le numerose chiese dai tetti color turchese ( tra chiese, conventi e monasteri si contano 19 voci più la "nichetta di Maria del riposo" e l'"Ospitale di S. Lorenzo") ed il Castello. Vengono inoltre riportati : "molini di farina", "trappiti d'oglio", "consarie", tre fontane ("dell'Imprimo", "delli Canali" e "del Guccione") tre scale ("dell'Annunciata", "Scala Nova", "della chiesa di S. Sofia") tre piazze ( piazza dell'Annunciata, "Piazzitella", piano del Castello) due ponti ("ponte Nuovo", "ponte delli molini") sei strade ( "del Corso", "che conduce al Monastero", "della Barrera", "del Tono", "del Piano del Guastelle", "delle concazze") e soprattutto tre quartieri ( "della Cava", "del Carcarone", "del Cudditta") più il toponimo "mandrazza". Restano infine le voci: "porta di detta terra", "pietre subissate nel 1666", "poteghella". E' chiaro che un attento e serio studio sulla toponomastica della Sortino Medievale non può prescindere da una scrupolosa esamina del quadro e dei manoscritti del Gurciullo unita ad una conoscenza capillare dell'intera area. La questione "topografica" è stata brillantemente esposta da Bruno nella pubblicazione del 1993 "SORTINO DIRUTA, tra leggenda e realtà", curata da Luigi Ingaliso, e ripresa da altri appassionati come Dionisio Mollica ed il sottoscritto. Ma essa deve, a mio avviso, essere affrontata con la giusta prudenza visto che non sempre le fonti riescono a chiarire tutti i dubbi (Es.: nel quadro, nonostante il restauro, non sono più visibili alcuni numeri ed edifici ) e alcuni luoghi si presentano completamente stravolti dalla violenza dei terremoti e dalla successiva opera dell'uomo. Detto questo, alcune cellule miracolosamente salvatesi presentano ancora le caratteristiche originarie e sono quindi ben leggibili ed inquadrabili nel contesto urbano attraverso le fonti storiche. Ma di questo parleremo più avanti. Un'altra importantissima fonte di informazioni storiche è rappresentata dalla pubblicazione del 1910 "STORIA DI SORTINO e Dintorni" scritta da Sebastiano Pisano Baudo ( Scolari Editore ). In questo libro, lo storico lentinese tratta, sulla base di un attento studio delle fonti storiche, diversi argomenti tra i quali : l'origine di Sortino, il periodo baronale compreso tra il XIII ed il XV secolo, la Signoria dei Gaetani iniziata nel 1477 , la distruzione di Sortino del 1693 e la nascita della nuova città. L'opera del Baudo risulta ancora oggi uno dei migliori manuali scritti sulla storia di Sortino e costituisce con le opere del Gurciullo la base di partenza e il punto di riferimento degli studi riguardanti la Sortino Medievale. Inoltre, mi sembra doveroso sottolineare che anche altri libri, come ad esempio "IL LIBRO ROSSO DI SORTINO" redatto dalla Dottoressa Lidia Messina ( Comune di Sortino- Archeoclub d' Italia Siracusa 2003), "ERBESSO PANTALICA SORTINO. 34 secoli di storia" di Giuseppe Briganti ( Città di Castello 1969 ) "SORTINO NEI SOPRANNOMI" di Giuseppe Rossitto (C.U.E.C.M. 1989), forniscono interessanti informazioni e meriterebbero maggiori e più approfondite indagini. ![]() Quadro di Sortino Diruta (Foto: Gioacchino Bruno) L'ORIGINE DI "XURTINO"
"Era l'antica Xuthia situata sulle coste d'un monte appiè d'un alta, ed aspera rupe, nella di cui cima s'alzava un magnifico Castello eretto da' Saraceni, insigne per la robustezza dell'edefizio, e la condizione del sito. Ma mentre continuava in questo luogo a radicare maggiormente i diritti dell'antichità di sua origine, ove li perpetuò fino all'anno 1693., si rovesciò al suolo, vittima d'un orribilissimo terremoto, che in quell'anno avvenne, ed il funesto spettacolo delle sue deplorabili rovine al poco numero dei Sortinesi, che le scamparono, fece fissare i generosi desiderj di restituirla in altra forma sopra un nuovo spazio di terra favorevole alla lunga sussistenza." (Andrea Gurciullo,"MEMORIE SPETTANTI A SORTINO", 1794). Il parroco Gurciullo ci fornisce in questo scritto una poetica sintesi dell'origine della vecchia e della nuova Sortino. Ma sulla veridicità storica di alcuni passi si insinuano numerosi dubbi. L'origine del toponimo Xurtino, secondo quanto afferma lo scrittore, deriverebbe dall'antica leggenda secondo cui un figlio del dio Eolo, Xuto appunto, sarebbe venuto ad abitare in queste terre che da lui presero poi il nome. Il memorialista trae questa discutibile notizia dagli scritti dell'Abate Maurolico : "..non est novi nominis Oppidum, vocari enim debuit Xuthinum a Xuthi Eoli filio". A parte l'aspetto prettamente fiabesco del racconto, la cosiddetta "Terra Xuthia" andrebbe collocata, secondo quanto scritto da Diodoro Siculo, nei pressi di Lentini e quindi piuttosto distante dall'altopiano Ibleo e da Sortino ( "Imperavit quoque Xutus ei parti, quae Leontinos vergit, usque ad haec tempora ab eo Xutia dicta.. "). E' probabile che il Gurciullo abbia voluto dare un'origine "mitica" al suo amato paese, sfruttando l'apparente assonanza tra Xurtino e Xuthia: in realtà la "x" del siciliano antico di Xurtino va letta "sc" e quindi "Sciurtino"! L'ipotesi del Gurciullo sembra quindi forzata e poco credibile. Sull'origine del nome Xurtino si profilano altre ipotesi. Secondo alcuni il paese si chiamerebbe cosi' perché abitato dalle genti fuggite da Pantalica ( forse a causa del terremoto del 1169 o forse perché rasa al suolo dall'esercito di Enrico VI di Svevia nel 1194) e quindi dagli "Sciuti". Secondo altri la costa nella quale nacque Xurtino prendeva il nome di "Xurta" e quindi la contrada avrebbe dato al paese questo nome. Il Prof. Giuseppe Gulino dell' Università di Catania ipotizza che il paese potrebbe aver preso il nome dalla parola araba "Shortin" che vuol dire rupe, vedetta. Tale ipotesi confermerebbe l'origine saracena del Castello di Sortino e del suo borgo sostenuta dal Gurciullo ma le notizie storiche sembrano in parte smentire questa teoria. Il toponimo "Xortino" appare infatti per la prima volta soltanto nel 1275, in un diploma angioino. Lo storico arabo Edrisi nel 1154 cita il toponimo "Buntarigah", ovvero Pantalica, ma non fa alcuna menzione su Sortino ed il suo Castello. Questo non esclude comunque che gli arabi frequentassero già dai tempi di Pantalica la valle del fiume Guccione, dove sarebbe poi nata Sortino, e che qui avessero dato vita ad un avamposto militare. L'origine del feudo di Sortino e del suo nome resta quindi un enigma irrisolto. L'unica cosa che appare certa è che Sortino costituì la continuazione urbana e storica della vicina Pantalica, anche se i tempi e i modi di questa traslazione ci sfuggono, avvolti ancora oggi nella leggenda.
CENNI STORICI
I primi secoli di storia del feudo di Sortino non sono facili da raccontare. Le fonti storiche risultano a volte assai ingarbugliate, a volte lacunose. Gli intrecci di guerre, tradimenti, usurpazioni, crudeli vendette ed altro ancora, danno un quadro piuttosto movimentato della Sicilia del XIII e del XIV secolo. Qui mi limiterò a citare le date dei passaggi di proprietà del feudo di Sortino. Chi volesse documentarsi più dettagliatamente consulti "Storia di Sortino e Dintorni" del Pisano Baudo (pp.47-67). Come già accennato nel precedente paragrafo, Sortino viene citata per la prima volta in un diploma del 1275. Nel 1277 la terra di Sortino appartiene a Giovanni da Lentino che nel 1278 la venderà a Guillermo Cornuto de Marsilia. Dopo un periodo di grande confusione (dal 1299 al 1302 Sortino sembra praticamente non aver padrone!), in seguito al trattato di Caltabellotta, il "Castrum Xurtinii" viene concesso a Don Pietro de Moac (Modica). Il feudo rimarrà nelle mani della famiglia Modica fino al 20 ottobre del 1394 quando Perello de Moac nominò Guglielmo Moncada erede della baronia di Sortino. Il 7 Agosto 1399 Sortino torna tra le mani di un Modica, Perrucchio. Poco tempo dopo il feudo passò di proprietà alla famiglia d'Eredia. Il 24 Maggio del 1477, Ferdinando d'Eredia, avendo bisogno di ingenti capitali, vendette la terra e la baronia di Sortino a Guidone Gaetani, appartenente ad una famiglia di origine pisana trasferitasi a Palermo nel 1417. La famiglia Gaetani governerà a Sortino fino al 1812, anno di abolizione delle giurisdizioni feudali.
I GAETANI
La famiglia Gaetani governò Sortino per ben 335 anni, attraversando momenti di grande prestigio e affrontando dispute con i sortinesi entrate poi nella storia. Per questo il rapporto tra i baroni ed il popolo sortinese fu piuttosto controverso e ricco di tensioni ( per approfondimenti consultare "Storia di Sortino e Dintorni, Pisano Baudo, capitoli VII e VIII ). A Guidone I successe il figlio Pietro (1487). A quest'ultimo nel 1501 successe Guidone II. La domenica del 10 Dicembre 1542, alle ore 23, una scossa colpì la Sicilia ed in particolare la Val di Noto. A Sortino i danni furono ingenti. Molte case ed una parte del castello crollarono. La baronessa Caterina ed il figlio Guidone morirono sotto le macerie. Con la morte di Guidone, primo genito, successe il secondo genito Cesare I, padre di Pietro IV. Don Pietro passerà alla storia per aver ricostruito gli antichi acquedotti di Galermo, voluti dal tiranno di Siracusa Gelone nel V secolo a.C. , opera di numerosi schiavi cartaginesi catturati nella battaglia di Imera, che portavano l'acqua delle fonti del Guccione, dell'Argento, del Rugio, dell' Imprimo e della Bottiglieria a Siracusa. La concessione venne elargita dal Senato di Siracusa il 19 Novembre del 1576, poichè la città aveva bisogno di acque per far funzionare i mulini. L'opera, che copriva un raggio di trenta chilometri, costò 100 mila onze e venne terminata dal figlio Cesare II. Cesare fu il primo della famiglia Gaetani ad essere insignito nel 1602, sotto Filippo III, del titolo di Marchese di Sortino e sotto Filippo IV, nel 1631, del titolo di Principe del Cassaro. A Cesare successe il figlio Pietro che non ebbe figli maschi. Il legittimo erede, per diritto agnatizio mascolino, fu il nipote Cesare (1641). Il giovane Cesare però decise di entrare nell'ordine di S. Ignazio de Loyola e lasciò tutti i possedimenti al fratello Luigi che divenne marchese nel 1651. In quegli anni Sortino contava circa seimila abitanti nonostante l'epidemia che l'afflisse nel 1648 e che causò più di 500 morti. Negli anni 1671/72, denominata "malannata grande", una carestia uccise quasi mille sortinesi. Quindi arriviamo tristemente alle date del 9 e 11 Gennaio 1693. I terremoti che sconvolsero la Val di Noto ebbero un effetto devastante su Sortino a causa della morfologia del sito e della natura della roccia. Ben poco si salvò dalla furia dei sismi. Secondo l'abate Rocco Pirro i morti a Sortino furono 1500. Secondo il Gurciullo assai di più: 3700. E' difficile dire quale fonte sia più vicina alla verità poiché, per paura di epidemie e nuove scosse, molti corpi non furono mai recuperati e la conta sistematica delle vittime si interruppe dopo pochi giorni. Gli unici dati certi parlano di 6023 anime nel 1691 e di 4013 nel 1699, sei anni dopo i terremoti. La scelta di ricostruire il paese in un altro sito fu obbligata. Alcuni proposero di insediarsi presso Serra Mezzana, contrada che divide il sito di Pantalica dalla Sortino Diruta. Alla fine si scelse di ubicare la nuova città sul Monte Aita (chiamato anche Cugno del Rizzo), ovvero sul pianoro sovrastante la costa dove insisteva il vecchio insediamento. Donna Giulia Gaetani, amministratrice del figlio Pietro, fece venire da Palermo un "Ingegnero" affinché approntasse un progetto di ricostruzione della nuova Sortino. La città sorse lungo le direttrici Nord-Sud (Corso Umberto) ed Est-Ovest (Via Libertà) che diedero vita ai quattro canti, pianificazione urbana che ricalca quella della città di Palermo.
LA QUESTIONE TOPOGRAFICA
I Quartieri
"Il sito del luogo portava che la terra fosse stata divisa in più quartieri e con diversi nomi"( A. Gurciullo, Libro I, pag. 162 ). La ricostruzione topografica di Sortino Antica consiste in un attento lavoro di ricerca sulle fonti scritte lasciateci dal Gurciullo, su quelle orali tramandate fino ad oggi, sulle informazioni dateci dal quadro e sull'attenta esamina del sito. Si potrebbe definire un complesso gioco di incastri dove le diverse fonti devono necessariamente combinarsi senza contraddirsi. Iniziamo parlando dei quartieri. Come ci riferisce il Gurciullo, Sortino era divisa in più quartieri ed ognuno di questi aveva il suo nome. Il quadro ne cita soltanto tre: Il "quartiero della cava" (n°20), il "quartiero del carcarone" (n°38), il "quartiero del cudditta" (n°42). Sul primo non mancano notizie certe visto che è l'unico quartiere della Sortino Medievale sopravvissuto ai terremoti ed esistente ancora oggi. L'espansione urbana del borgo, infatti, era già indirizzata verso il monte Aita, processo accelerato appunto dalla catastrofe dei sismi. Il quartiere della cava, come è facile vedere nel quadro, si espandeva dalla zona del Castello fino ai piedi del vicino Monastero di Montevergine, a ridosso della Cava del Marchese da cui prese il nome. Era ancora un quartiere piccolo e si presume fosse abitato da un ceto medio-alto visto che occupava la parte più alta del paese ed era ubicato nei pressi del Castello. Dopo i sismi, le genti più povere o con minori possibilità di costruire completamente dei nuovi edifici, si adattarono in quelle abitazioni danneggiate ed abbandonate, aggiustandole come meglio potevano. Ancora oggi, in questa zona, si possono vedere delle antiche abitazioni costruite sulla roccia affiorante dalla strada. Anche nella nuova Sortino, quindi, i ricchi e i potenti occuparono le parti centrali e più alte del paese, lasciando ai meno abbienti i quartieri collocati in basso e che per ovvie ragioni erano più scomodi e con maggiori svantaggi. Il quartiere del Carcarone è collocato nel quadro nella parte centro-occidentale del paese, a mezza costa. Il vocabolo "carcarone" indica la presenza di un opificio destinato alla lavorazione e alla vendita della calce, estratta nelle numerose cave presenti nei pressi del paese. E' stato localizzata, qui, un' ampia grotta resa completamente nera dalla fuliggine e che potrebbe essere appunto l'antica fornace dove veniva lavorata la pietra calcarea, da cui il quartiere avrebbe preso il nome. Questa doveva essere una zona "popolosa" e "popolare" della Sortino Medievale se consideriamo il gran numero di grotte ancora visibili. Questo sta ad indicare non soltanto un elevato numero di abitanti ma anche la loro condizione sociale. I ceti più poveri, infatti, si erano adattati a vivere in abitazioni rupestri ricavati in grotte, spesso molto antiche. Inoltre, la collocazione rispetto ai centri di potere e la vicinanza alla fabbriche, in questo caso alle Concerie ed al Carcarone, non lasciano dubbi. La questione sul quartiere Cudditta è assai più complessa. Gioacchino Bruno colloca questo quartiere nella zona che da sotto il Castello degrada verso est fino al monastero di San Benedetto, delimitata dalla barriera di roccia da un lato e dalla cava del marchese dall'altro. Eppure, dopo un attento esame condotto sia prima che dopo il restauro, in quel punto non compare nessun numero 42 corrispondente nella legenda alla voce "quartiero del cudditta". Inoltre, i numeri che precedono il 42 (40 "chiesa di S.Sofia e S.Giacomo; 41 "poteghella") e che seguono ( 43 "S.M. della Catina; 44 "fonte delli canali; 45 "fonte del Guccione") sono collocati in tutt'altra parte del quadro, esattamente nei confini occidentali del paese. Perché l'autore, nel collocare il numero 42, si sarebbe spostato nella parte alta e destra per poi ritornare col numero 43, 44, 45, etc. nella parte bassa e sinistra del quadro ? C'è di più. Parlando con alcuni settantenni e ottantenni, con mia sorpresa, mi hanno indicato il "cudditta" come la zona vicina alla fonte della Za'Pasqua, ovvero la parte occidentale del paese dove sono collocati i numeri 40,41,43,44,45. Questa informazione, non solo da un ulteriore conferma della esatta collocazione del toponimo "cudditta" ma è la testimonianza di come alcuni toponimi si siano tramandati oralmente per secoli ( è il caso oltre che del "Cudditta" anche "dell'Imprimo", del "Passu o pumu", etc. ). Purtroppo alcuni dubbi rimangono, considerato che nemmeno nella parte bassa e sinistra della tela, che è la più deteriorata e trascurata dal restauro, è rintracciabile il numero 42. Sul significato del termine "cudditta" sono state avanzate delle ipotesi che però non hanno alcuna conferma dalle fonti ad oggi conosciute. Nella legenda del quadro vengono anche citati i toponimi "Consarie" (46) e "Mandrazza"(47) che il Bruno identifica come quartieri. Questa attribuzione, però, non convince. Perché l'autore avrebbe inserito il termine "quartiere" per i toponimi "cudditta","cava","carcarone" e l'avrebbe omesso per questi altri due ? Non è più provabile che le voci si riferiscano soltanto a due strutture ben distinguibili per conformazione ed uso dalle normali abitazioni ? Inoltre, nessuna altra fonte cita questi due toponimi come quartieri dell'antica Sortino. Questo avvalora la tesi che non per forza queste strutture abbiano dato i nomi ai quartieri dove erano collocati.
Completato il capitolo quadro, passiamo ai quartieri citati dal Gurciullo nel Libro I. Il parroco annovera cinque quartieri : "Strada Nuova", "Scala del Tumino", "Calanca", "Collitta", "Canale di S. Giacomo di Sotto". La prima stranezza lampante è che nessuno di questi quartieri coincide con quelli citati nel quadro da lui commissionato nel 1749, anno in cui il parroco già scrive il Libro I. Scorrendo più attentamente il testo appare evidente un'altra stranezza: il quartiere "Cava" coincide con il quartiere "Strada Nuova". Perché, quindi, vengono usati due termini diversi per lo stesso quartiere? La risposta si ricava dall'introduzione che il parroco fa al discorso. Egli, infatti, si rifà ad un testo del 1691 (.."reliquie delle numerazioni delle Anime"..) nel quale non sempre le testimonianze dei sopravvissuti ed altre fonti orali ricalcano quanto scritto, esempio: "..Seguiva la scala del Tumino che non mi sanno dire cosa fosse..". Evidentemente anche il memorialista rimane in parte spiazzato dalla discordanza tra le fonti orali e quelle scritte. Ma Sessantanni ed i terremoti bastano a giustificare una dissonanza così netta ? Il quartiere del Canale di S. Giacomo sembra coincidere col quartiere "cudditta", zona dove era ubicata la Chiesa di San Giacomo e Santa Sofia. Ancora oggi sono presenti i condotti scolpiti nella roccia che portavano l'acqua della sorgente Canali alla parte centrale di Sortino. Questo quartiere era popolato da 854 persone. La Scala del Tumino, secondo il Gurciullo, è da identificarsi con la Scala Nova, fatta costruire "a spesa dell'Università" per meglio collegare il Castello alla chiesa Madre. La scala è ben visibile nel quadro e secondo le testimonianze raccolte dal Gurciullo constava in circa 300 scalini. Della struttura, crollata con i sismi del 1693, sono rimaste pochissime tracce. Questo quartiere era popolato da 215 persone. Il quartiere Calanca è identificabile col quartiere sotto il Castello al quale si accedeva (e si accede ancora oggi) attraverso "u Passu 'o Pumu", chiamato così perché la roccia assume la forma di una gigantesca mela. Il numero degli abitanti riportato è di 269 unità. Questo si può legittimamente considerare uno tra i quartieri più ricchi della Sortino Medievale, per la sua collocazione, alta e vicina al Castello, e per la tipologia di abitazioni. Il quartiere Strada Nuova, come detto, coincide col quartiere della Cava. Per strada nuova si intende la strada che collegava il Castello al Monastero di Montevergine, detta anche strada Saveria per la presenza di una nicchia votiva dedicata a S. Francesco Saverio. Il quartiere venne edificato nei decenni precedenti i terremoti e per questo la strada era chiamata "nuova". Il numero delle anime era di 372. Infine, il quartiere Collitta, abitato da gente rozza nel parlare e nel vestire, si può collocare senza dubbio nella collinetta sottostante il Convento dei PP. Cappuccini, nella parte occidentale dell'abitato. Questo era probabilmente una sorta di ghetto dove questi "uomini dozinali", come li descrive il Gurciullo, erano confinati. Le fonti parlano di 595 anime. Secondo il Mollica il quartiere Collitta ed il quartiere Cudditta, vista l'assonanza, potrebbero essere la stessa cosa. Anche questa ipotesi sembra poco convincente. La somma degli abitanti di questi cinque quartieri ammonta a 2305 unità. Il Gurciullo asserisce che questi erano i quartieri e gli abitanti della zona del paese a ponente della Scala Nova. Nella restante parte orientale abitavano 3718 persone per un totale di 6023 anime. Ma il parroco non ci fornisce nessuna informazione sui toponimi dei quartieri che costituivano la parte orientale e più popolata di Sortino. Altre fonti citano toponimi di quartieri tra cui la "Xurta", che sarebbe il quartiere più antico che avrebbe poi dato il nome al paese. Ma sull'attendibilità di questa fonte rimangono dei dubbi. Questo è tutto quello che le fonti riportano sul tema dei quartieri. Le lacune e le discordanze se da un lato tengono aperta la questione, dall'altra sembrano aver tracciato un limite oltre il quale le ipotesi danno più spazio alla fantasia che non alla realtà. Soltanto nuove ed attendibili fonti potrebbero colmare le lacune e chiarire i dubbi che ancora oggi caratterizzano questo argomento. Il Castello
Secondo un antico testo citato dal Gurciullo in "Memorie spettanti a Sortino", il castello venne fatto costruire dagli arabi nel "Casale di Ksutiah" intorno all'anno 1000. Nonostante la fonte sia affidabile, essendo estratta da un manoscritto appartenente alla Cancelleria araba del tempo e pubblicato nel 1789 col titolo "Codice Diplomatico Arabo", resta da chiarire se davvero il casale di Sortino e quello di Ksuthia siano la stessa cosa. Come abbiamo già detto i dubbi sulla questione sono molti e tuttora irrisolti. Se non si hanno sicurezze sull'origine del castello le si hanno sulla sua collocazione e la sua distruzione. Sia la torre che il castello erano ubicati nella parte sommitale della costa Sortino, a 396 metri s.l.m., e costruiti su una balza rocciosa alta circa cinque metri. Questo "trucco" faceva sembrare le due costruzioni ancora più grandi ed imponenti, soprattutto agli occhi di chi proveniva dai quartieri collocati nella parte bassa dell'abitato. Nel quadro il castello e la torre vengono raffigurati su un ordine di tre piani. La torre, raffigurata con merli alla guelfa, nascondeva un piano interrato (7m x 7m), diciamo pure un sotterraneo, utilizzato come prigione: una porticina si affacciava sullo strapiombo di Cava del Marchese ed era utilizzata per disfarsi dei cadaveri dei giustiziati. Il sotterraneo è ancora oggi visibile anche se in cattive condizioni. Rimane visibile anche il cunicolo che collegava il castello alla torre (in parte modificato dagli attuali proprietari) e la spianata rocciosa sulla quale sorgeva il castello. Per il resto, sia della torre che del castello non rimane quasi nulla: i resti di un tramezzo intonacato e colorato d'azzurro e qualche blocco di pietra ben lavorata e incastonata nei vicini muri a secco. Sulla sinistra del castello sono ancora presenti, a poca distanza l'uno dall'altro, due fossati di fortificazione paralleli, larghi circa tre metri ed alti quattro (le misure originarie erano sicuramente diverse, almeno per quanto riguarda l'altezza), mentre il pozzo-cisterna raffigurato nel quadro è ancora oggi visibile e funzionante. Della piccola torretta d'avvistamento, raffigurata nell'estremo sperone orientale, rimane soltanto l'intaglio quadrangolare della roccia. La spianata del castello, utilizzata per circa due secoli come cimitero ("u cimiteru vecchiu"), è adesso una piccola area verde chiamata Villa delle Rose. Nel 2000 sono stati realizzati qui sei murales raffiguranti altrettanti scorci di Sortino Diruta. Nel 1542 un terremoto danneggiò gravemente il Castello nel quale rimasero sepolti la Baronessa con il figlio ed altre 12 persone. Il Castello venne poi ripristinato, compresa la cappella al suo interno nella quale venivano celebrate quattro messe al giorno. Con i terremoti del 9 ed 11 Gennaio termina la vita del castello della Sortino Medievale, ricostruito nel nuovo paese accanto alla Chiesa Madre, esattamente dove oggi sorge l'edificio scolastico "Specchi". Per approfondimenti consultare "Il Castello del Feudo di Sortino", a cura di Franco Giuliano (Comune di Sortino, 2000). ![]() Castello del feudo di Sortino (Grafia di Gioacchino Bruno) Le Chiese
Il borgo medievale, che nel 1691 contava poco più di seimila anime, era letteralmente costellato da edifici religiosi, testimonianza concreta della grande fede e della profonda devozione del popolo di Sortino. Il quadro raffigura e cita i 19 edifici più grandi ed importanti. Il Gurciullo, nel Libro I, parla addirittura di 32 edifici religiosi, compresi quelli collocati al di fuori delle mura. Purtroppo la furia dei terremoti non ha risparmiato nulla, stravolgendo le antiche strutture. In seguito, l'opera dell'uomo ha fatto il resto. Eppure, dopo un attento studio del quadro, del manoscritto del Gurciullo e dell'intera area ( che ha un perimetro di circa 3 km ), è stato possibile riconoscere i siti e le rovine di numerose chiese, spesso ridotte a semplici grotte, ed approntare una seria mappatura delle strutture religiose nel sito di Sortino Antica. Il Gurciullo in questo ha dato un grande contributo descrivendo le chiese e la loro "qualità" e soffermandosi anche sulla loro collocazione topografica. Queste preziose informazioni coincidono con la disposizione degli edifici raffigurati nel quadro. Mentre sulla questione dei quartieri, tra il Gurciullo e l'autore del quadro (rimasto anonimo), sembrano esserci solo discordanze, nella descrizione e nella collocazione delle chiese i due autori non si contraddicono mai. La spiegazione potrebbe essere data dal fatto che nel 1749 le rovine di molte chiese erano ancora ben visibili ed i sopravvissuti al terremoto potevano facilmente riconoscerle. L'autore del quadro, durante la realizzazione, si è posizionato nella costa di Serramezzana ed avendo di fronte ed a poca distanza il sito avrà sicuramente localizzato, magari con l'aiuto di qualche anziano, molti degli edifici religiosi. Per quanto riguarda i quartieri, l'operazione risultò ben più difficile non avendo questi dei limiti e dei confini ben definiti. Anche il Parroco Gurciullo si avvalse delle descrizioni dei sortinesi sopravvissuti ed ebbe sicuramente modo di fare qualche piccola visita alle rovine di "Sortino Diruto" e magari di osservare il paese dalla contrada di Serramezzana: da qui forse l'idea di commissionare una tela raffigurante la Sortino distrutta dai terremoti. La ricerca delle strutture sacre sul campo ci ha dato la possibilità di conoscere la storia del sito di Sortino Antica molto più di quanto potevamo immaginare. Nel quartiere sotto il castello abbiamo riscontrato la presenza di numerose tombe a grotticella artificiale databili alla tarda età del bronzo e quindi coeve al sito di Pantalica. Oltre ai sepolcri siculi sono presenti anche i resti di alcuni ipogei paleocristiani con tombe a vasca sormontate da arcosoli, molto simili ai sepolcri della necropoli di contrada Lardia. Le
caratteristiche del sito, ricco di acque e ben difendibile, e della
roccia, impermeabile e morbida da lavorare, hanno invogliato da
sempre le popolazioni presenti nel territorio ad insediarsi in questi
luoghi. Lo studio delle chiese di Sortino Antica ha confermato questa
ipotesi. Il quartiere sotto il castello, infatti, ospitava alcune
chiesette dall'origine assai antica: la Chiesa di S. Agata
(n°19) "..è antichissima sebbene nel terremoto
successo nell'anno 1542 fu distrutta ma di nuovo riedificata.
In quella vi era un Oratorio (...). Questa Chiesa era
piccola situata sotto il Castello dalla parte che dona all'Oriente
e godeva della qualità d'esser stata Madre come dicono
alcuni." Il quadro, la descrizione del Gurciullo e le
informazioni dateci da un anziano, ci hanno permesso di individuare
la grotta che probabilmente costituiva l'oratorio all'interno
della chiesetta. La grotta ha una pianta che ricorda molto la
chiesetta rupestre del Crocifisso (Villaggio bizantino di Pantalica).
Anche gli altari scolpiti nella viva roccia e la conformazione
esterna della grotta farebbero pensare ad un oratorio molto antico,
magari coevo agli oratori presenti a Pantalica. L'ipotesi che
in questo luogo si fosse insediato un piccolo villaggio "bizantino"
, nei secoli VI-VIII, non è affatto azzardata. ![]() Ruderi della Chiesa di S. Agata (Foto: Dario Minnalà) ![]() Chiesa rupestre di S. Leonardo (Foto: Gioacchino Bruno) Anche la grotticella della chiesa di S.Rocco e S. M. della Catena (n°43) "..situata tra i confini di Sortino antico verso la parte dell'Occidente in una grotta piccola in piede d'una rupe altissima esposta a Mezzo giorno, vicina al torrente dell'acqua che sgorgano dal fonte perenne di Guccione..." presenta una conformazione a "gruccia". Individuarla è stato piuttosto facile: la piccola grotta, con il suo altare ben squadrato, è ubicata nella parte occidentale del sito proprio sopra la sorgente del fiume Guccione, alla base di uno sperone roccioso piuttosto alto che affiora tra i giardini. La zona, conosciuta come contrada Za'Pasqua (da "zia Pasqualina"), era chiamata anticamente "'a funtana da' Bedda Matri da' Catina": non si tratta di certo di una coincidenza. Le donne di Sortino, fino agli anni sessanta, si recavano presso questa sorgente per lavare panni e lenzuola. Anche questo quartiere ( cudditta o canale di S.Giacomo di sotto) conserva tracce di un antico villaggio databile ai secoli precedenti la venuta degli arabi. Il luogo, così ricco di acque e riparato dai venti, riassume tutte le caratteristiche dei siti preferiti dai pastori e dai contadini di quei secoli : le analogie con i villaggi rupestri di contrada Lardia, Favara e Farina sono lampanti. Molte delle abitazioni di questo quartiere inglobavano le grotte dell'antico villaggio, ma di questo parleremo più avanti. La chiesa di S.Giacomo e S. Sofia (n°40)"...sita e piantata era sovra il Giardino dello Ruggio e perché detto luogo era proprio atto a poter frequentarsi dalla gente che abitava nei confini di Sortino, verso l'occidente, intorno alla chiesa di S. Rocco...". Di questa chiesa rimane oggi un' ampia grotta ricavata in uno sperone roccioso poco distante dalla chiesetta di S. Rocco e immerso tra i giardini della contrada Za'Pasqua. La parte sommitale della grotta ha la caratteristica forma a "gruccia", mentre l'interno è stato in parte stravolto dalla creazione di una cisterna. L'altare è ancora visibile così come gli scalini che conducevano alla loggia campanaria. Nelle grotte adiacenti alla chiesa sono ancora riconoscibili dei loculi funerari ricavati nella roccia e ridotti nei secoli successivi a mangiatoie. Nella chiesa di Maria SS. Del Casale (n°36)"... vi si adorava la statua di Gesù Cristo legato alla colonna mezzo a due manigoldi (...) ed era riposta detta statua in una grotta che gli serviva da cappella. Sopra la porta maggiore eravi piantato l'organo...". La statua di Gesù alla colonna , che ancora oggi all'alba del Venerdì Santo viene portata in processione per le vie del paese, venne ritrovata tra le macerie di questa chiesa soltanto quattro anni dopo i terremoti, nel 1697. Il quadro colloca la chiesa di S.M. del Casale poco più in alto della chiesa di S. Giacomo. Questa zona, fortunatamente poco intaccata dall'opera dell'uomo, venne completamente stravolta dal terremoto: lo testimoniano un gran numero di enormi massi crollati dalla collina sovrastante. Lo studio sulla collocazione di questa chiesa è ancora in corso: una grotta, situata nei pressi del sentiero "dei canali", con all'interno tre altari (semidistrutti) ed un abside intagliato nella roccia potrebbe essere identificata come la cappella che ospitava la statua di Gesù alla colonna, ma si tratta in questo caso solo di una supposizione. Anche sulla collocazione della piccola chiesa di S. Maria Maddalena (n°37) "...disposta nelle fabbriche.." permane ancora qualche dubbio. E' stato individuata una piccola grotta, nei pressi del sentiero "dei canali", con prospetto a forma di "gruccia" e con all'interno un altare quadrangolare che sembrerebbe coincidere con la collocazione topografica che la chiesa ha nel quadro. La struttura alla destra della grotta è un'abitazione dotata di cisterna e quindi "distinta" dalle altre di questa zona. Forse perché abitata da un membro del clero? Le grotte alla sinistra conservano all'interno ed all'esterno alcune soluzioni architettoniche particolari oltre che numerosi intagli nelle pareti: si tratta forse delle "fabbriche di cui parla il Gurciullo ? La chiesa Madre o di S. Giovanni Evangelista (n°15) era collocata "...mezzo la città vicino la Scala Nova secondo le relazioni degli uomini antichi ancora viventi (...) La sua longitudine era dall'oriente a ponente benché mal disposta per la situazione delle porte per essere il luogo ove era piantata mal acconcio. La porta maggiore dava al settentrione e maestrale un poco discosta dalla Scala Nova (...) Detto recinto e piano disposto era al mezzo giorno (...) La sagrestia era all'angolo della chiesa dell'oriente e mezzo giorno e il campanile separato seguiva poi l'oratorio del Santissimo e quello del Rosario ...". Questa chiesa era fabbricata quasi tutta in muratura e solo gli oratori e la nicchia del battistero erano ricavati in grotte ancora oggi visitabili e ben conservate. La grande quantità di pietrame che forma i muri a secco di questa zona è giustificata dalle dimensioni che questa chiesa doveva avere. Un breve tratto del basamento del muro esposto a mezzogiorno si è conservato. Del campanile rimane l'intero perimetro circolare intagliato nella roccia. Un contadino mi raccontò che in questa zona, durante dei lavori, vennero scoperchiate alcune tombe e ritrovata un incensiere d'argento. La sera dell'11 Gennaio 1693, parecchi sortinesi si erano recati tra le rovine della chiesa Madre essendo stata ritrovata la Pisside del SS. Sacramento. Dopo la benedizione, i devoti si intrattennero a cantare il Te Deum di ringraziamento e furono sorpresi da una seconda e fortissima scossa di terremoto: molti dei presenti trovarono la morte tra le macerie di questa chiesa. Del monastero di S. Benedetto (n°17), situato nell'estremo sperone orientale, sopra la barriera di roccia, restano le rovine dell'abside intagliato nella roccia: la parte più alta misura circa quattro metri per un perimetro di otto. Nei pressi del monastero, nelle proprietà Cannata, vennero ritrovati nel 1999 due statuine votive in terracotta raffiguranti S. Sebastiano martirizzato. La chiesa di Maria SS. della Grazia (n°3) sorgeva "...sopra la prima porta della Città per dove s'entra dalla parte dell'oriente dirimpetto alli molini della farina in un piano e sta ancora in piedi la porta maggiore con un pezzo di fabbrica di detta Chiesa, e il piano, seu recinto era alzato con fabbrica per riparo de figlioli a non cadere ne rupi e precipizi dalla parte del mezzo giorno. Dalla parte dell'Oriente fino a Tramontana vi è un ameni giardino che termina al fonte chiamato del Primo vi erano attaccate due stanze polite dalla parte del Settentrione per commodo de sagrestani e della stessa Chiesa ." Sulla collocazione di questa chiesa non sembrano esserci dubbi. La grotta, alta e con prospetto a "gruccia", attorniata ancora dai giardini della contrada "do 'Mprimmu", si staglia accanto alla strada provinciale 52 Sortino-Fiumara-Mandredonne (la strada "do' curtu") nei pressi del ponte che conduce ai ruderi dei mulini. Della porta maggiore non c'è traccia mentre l'ampio altare è ancora ben visibile così come un breve tratto di un affresco eseguito sulla viva roccia. Il "piano seu recinto" è stato in parte inglobato dalla strada. Le stanze adiacenti alla chiesa sono nascoste da una nuova struttura eseguita in tempi recenti. Incerta è l'origine della chiesa di Maria SS. d'Itria (n°32), detta anche delle Anime Sante del Purgatorio, ma non la sua collocazione: "...Era questa collocata sotto una rupe non sicura a stare in piede per una fessura che vi si vedeva ed andava allargandosi col tempo (...). Finalmente nell'anno 1666 (...) correndo il giorno di domenica precipitossi improvvisamente e con la rovina di molte case e persone diroccò ancora la Chiesa suddetta di Itria. Indi passato alcun tempo si rialzò in fabbrica con struttura e grandezza ordinaria. Dentro detta chiesa era l'Oratorio di Maria SS. de Sette Dolori egli era una grotta bene acconcia...". Le rovine della chiesa possono ancora rintracciarsi nei pressi dei massi crollati nel 1666 (n°31) adagiati accanto la Sp. 52, dove esiste ancora la grotta che fungeva da oratorio. Purtroppo recenti lavori hanno in parte cancellato alcune strutture sopravvissute ai terremoti. Del Convento del Carmine (n°10), situato tra gli agrumeti nei pressi del ponte nuovo (n°48), non resta che un ampia grotta trasformata alcuni decenni fa in cisterna. La chiesa di S. Antonio Abate (n°11) "... vantava il primo luogo per la sua struttura e magnificenza.". A differenza dei prospetti delle altre chiese, che dovevano apparire piuttosto poveri e lineari, la chiesa di S. Antonio Abate era arricchita di una cupola decorata con bassorilievi raffiguranti foglie di edera e da due statue di Patriarchi. All'interno, le navate laterali, rendevano questa struttura unica tra tutte quelle dell'epoca. Purtoppo di questa magnificenza rimangono solo gli intagli in una parete rocciosa posta in una zona poco distante dal ponte nuovo denominata "Lastricheddu". Anche la chiesa di S. Nicolò di Bari e della SS. Annunziata (n°12) era ubicata nella zona del "Lastricheddu". Le chiesa di S. Sebastiano (n°8) ed il convento di S. Francesco (n°7) erano ubicati nella zona orientale dell'abitato, nei pressi della porta della città ( o 'mprimmu). Purtroppo questa zona è stata completamente stravolta dall'opera dell'uomo che ha sfruttato l'esposizione della costa a mezzogiorno e l'abbondanza d'acqua per la coltivazione degli agrumi. La realizzazione dei terrazzamenti ha occultato gran parte delle rovine medievali e risulta quindi assai difficile dare una esatta lettura dei luoghi. Della chiesa di Maria SS. della Visitazione o della Porta (n°25) e della chiesa di S. Calogero (n°4) non rimane nulla : la prima crollò interamente insieme alla scala Nova col terremoto del 1693, la seconda venne demolita negli anni precedenti ai terremoti. Anche la chiesa dell'ospedale di S. Lorenzo (n°49) non ha lasciato tracce di se : solo un cumulo di ossa ritrovate durante la costruzione dell'impianto di depurazione nei pressi della Sp. 52. Il convento dei PP. Cappuccini (n°30) ed il monastero di Montevergine (n°29), gravemente danneggiati dai terremoti, vennero ricostruiti nello stesso luogo anche se con una disposizione diversa delle chiese: è singolare infatti vedere un convento ed un monastero situati non nella parte più alta, bensì in quella più bassa del centro abitato, e con a ridosso le abitazioni. Il Gurciullo cita nel suo manoscritto la chiesa della Carità, non raffigurata nel quadro, e la colloca all'interno delle mura ma senza dire dove. Le chiese "extramuros" ( cioè costruite al di fuori dei confini della città) citate dal parroco sono nove. La chiesa di S. Pietro e S. Vito era ubicata nella costa opposta a quella dell'abitato, sul pianoro sovrastante la nicchia dell'Ecce Homo che ancora oggi è ben visibile da buona parte della costa Sortino e che costituiva una delle fermate della "Via Sagra" percorsa dalla statua di Gesù alla colonna all'alba del Venerdì Santo. Della chiesa dell'Annunziata, ubicata alla confluenza del fiume Anapo e del torrente dei Giardini, sono ancora visibili il muro di settentrione, con in alto una piccola nicchia votiva, e quello esposto ad est. La chiesa venne travolta dall'alluvione del 1557 che fece straripare il torrente dei Giardini e fu ricostruita, ancora più grande, in una posizione di maggiore sicurezza. In questa chiesa si conservava il quadro dell'Annunciazione, protagonista di miracoli e leggende. La tela, trascinata dalle acque durante l'alluvione, venne miracolosamente trovata alla foce dell'Anapo, nei pressi di Siracusa e riportata in paese dai sortinesi. Di quest'opera non conosciamo l'autore ma soltanto l'anno in cui venne realizzata : 1551. ![]() Quadro dell'Annunciazione (Foto: Gioacchino Bruno) La chiesa di S. Sofia "arrassu", con il suo eremitorio, domina ancora il paesaggio ad ovest dell'antica Sortino. L'anno di costruzione risale al 1729 ma le origini di questa chiesa affondano tanto nella storia quanto nella leggenda : "...ove la Santa fu trascinata per i capelli da Marziale governatore e Presidente di Pantalica ...". La leggenda vuole che corresse l'anno 203 e che la Santa, fuggita dal padre Costanzo, prefetto di Costantinopoli, fosse approdata a Siracusa e risalendo la valle dell'Anapo si rifugiò presso una grotta (inglobata dalla successiva struttura della chiesa, sul lato sinistro) facendola diventare uno dei primi oratori cristiani dell'isola. Per maggiori informazioni sulla leggenda di S. Sofia consultare "Santa Sofia, Vergine e Martire" di F. Valenti, 1959. Nei pressi della chiesa si trova un pozzo a dedicato alla Santa le cui acque sorgive, attraverso un formidabile sistema di condutture ricavate nella roccia, alimentavano i mulini di Sortino Antica posti nei confini occidentali. L'eremo, acquistato dal Comune di Sortino nel 1989, è stato sottoposto ad un "discusso" restauro iniziato nel Febbraio del 1997 ed ultimato nell'Agosto del 1999. ![]() Eremo di S. Sofia arrassu (Foto: Gioacchino Bruno) La chiesa di S. M. del Soccorso, l'unica miracolosamente salvatasi dalla veemenza dei terremoti, "... era fabbricata a mezza strada da Sortino diruto e la chiesa di fuori della SS. Annunciata attaccata in piede di una gran rupe...". La struttura, sebbene resista all'incuria del tempo, al trascorrere degli anni ed all'utilizzo che ne viene fatto (deposito di legna), meriterebbe una maggiore tutela: nel 2005, l'altare in pietra è stato barbaramente estirpato e con esso il piccolo rosone in pietra della facciata. Come molte delle chiese dell'epoca, anche quella del Soccorso presentava una facciata piuttosto povera. Gli affreschi, all'interno, testimoniano invece la cura con cui le chiese (anche le più piccole) venivano adornate ed addobbate. ![]() Chiesa di S. Maria del Soccorso (Foto: Gioacchino Bruno) Le restanti chiese citate dal Gurciullo sono : la chiesa di S. Geronimo, la chiesa di S. Anna, che apparteneva alla struttura di Villa Cesaria di proprietà della famiglia Gaetani, la chiesa di S. Mauro, presso le cave di S. Mauro (nel territorio di Melilli), la chiesa di S. Margherita e l'oratorio del Crocifisso di Pantalica.
Le abitazioni
La Costa Sortino, pur stravolta dalla realizzazione di agrumeti e strutture agricole, conserva ancora le tracce di centinaia di abitazioni medievali, visibili soprattutto nelle aree poco sfruttate dall'uomo. La tipologia delle abitazioni è varia e muta in base alla collocazione topografica all'interno del sito. Come già accennato, la parte sommitale del paese, ovvero, il quartiere sotto il castello ed il quartiere della cava, era abitata dai ceti più alti ed è certo che la morfologia delle abitazioni rispecchiasse la condizione economica e lo status di questi sortinesi. L'area che da sotto il castello si estende verso est è ricca di testimonianze abitative: alcune abitazioni contigue ed i resti delle due strade, "strada della Barrera" (n°21) e "strada che conduce al monastero" (n°16), danno un'idea chiara dell'antico impianto urbano. Le abitazioni, in questo quartiere, erano costruite principalmente in muratura ed erano addossate a pareti e tramezzi ricavati nella roccia. Le pareti di roccia, visibili qui in gran quantità, presentano ancora, nella parte alta, gli intagli quadrati dove venivano inserite la travi in legno che insieme a canne, tegole e laterizi formavano il tetto. Alcuni soffitti, detti "a botte" per la loro forma arcuata, erano completamente realizzati in muratura e con l'impiego di pietre conchiglifere, molto dure ma anche leggere. Sono visibili, inoltre, numerose canalette scolpite nella roccia che avevano il compito di far defluire lontano dall'ingresso dell'abitazione le acque piovane. Le pareti interne delle case erano ben intonacate come testimoniano numerosi tramezzi con ancora le tracce dell'intonaco. Le parti in muratura erano costituite da pietrame ed una malta di calce ed argilla. Pochi scalini intagliati nella roccia formavano l'ingresso, più alto rispetto il livello della strada. Sebbene in questa zona si incontrino grotte, alcune assai antiche ( forse resti di un villaggio bizantino), quasi tutte le abitazioni hanno un'impostazione "moderna", formate da più vani contigui e con ambienti spaziosi e ben squadrati. Alcune case si sviluppavano su due o più piani ed erano chiamate "domus palaciate", ovvero "case a palazzata". Delle palazzate, ben raffigurate nel quadro, rimangono alcune pareti di roccia alte 7/8 metri. ![]() Domus palaciata (Foto: Dario Minnalà) Questa tipologia di abitazioni si incontra anche nei pressi della Chiesa Madre e del Corso. Ben altra è invece la natura delle abitazioni dei quartieri prossimi al fiume e vicini alle fabbriche che costituivano il 70% dell'abitato. Le case erano per più della metà ricavate nelle grotte, la maggior parte delle quali poco spaziose e dalla pianta irregolare. E' molto probabile che si tratti di grotte ben più antiche dell'anno 1000, poi riaggiustate durante il medioevo. Solo il prospetto era realizzato in muratura e con una struttura di roccia ai lati che serviva come forno o braciere. Le tracce di intonaco trovate sono poche ma può darsi che l'umidità delle grotte abbia favorito un più veloce deterioramento della calce. Come in tutti i siti medievali, anche a Sortino i più poveri erano confinati nelle parti più basse dell'abitato, con le sgradevoli conseguenze che questo comportava. Nella zona della Za' Pasqua, ho riscontrato la presenza di alcune grotte contigue rese comunicanti da larghi fori ricavati nelle pareti e realizzati in maniera rozza ed in tempi recenti. E' probabile che i sortinesi dei primi anni quaranta, durante la guerra, usassero queste grotte come rifugi e che i fori nelle pareti permettessero loro di comunicare o passarsi degli oggetti da un ambiente all'altro senza la necessità di uscire allo scoperto. Sempre in quest'area ho riscontrato la presenza di ampi grottoni, alcuni profondi decine di metri, forse utilizzati come magazzini o ricoveri per il bestiame. Purtroppo l'uso che gli attuali proprietari fanno di queste grotte è il più disparato: deposito di legna, deposito di pietre, deposito di materiale edile, deposito di spazzatura, deposito di attrezzi agricoli, stalla, ovile, pollaio, porcile, canile, conigliera, fienile, cisterna d'acqua, officina, garage, cimitero di auto, e così via. Delle abitazioni costruite interamente in muratura non è rimasto nulla se non alcune spianate rocciose e numerosi blocchi di pietra ben squadrati. Alla luce di quanto detto è doveroso sottolineare che le case di quei tempi venivano utilizzate e vissute in maniera assai diversa rispetto ai giorni nostri. Spesso l'abitazione, specialmente per i più poveri, si riduceva ad un ricovero per la notte e poco più. La vita si svolgeva quasi interamente all'esterno delle abitazioni e per questo, si può presumere, che i legami sociali fossero molto più intensi di quelli di oggi e che la povertà, non solo materiale, contribuisse ad una più profonda e concreta devozione religiosa. ![]() Abitazione rupestre (Foto: Dario Minnalà) Gli opifici
I memorialisti del passato parlano dei sortinesi come di un popolo particolarmente laborioso, il cui artigianato "faceva invidia alle fabbriche estere". Tra le testimonianze di questa operosità rimangono i ruderi di alcuni opifici della Sortino Medievale, dislocati lungo il corso del Fiume Guccione. La zona della Za' Pasqua è particolarmente ricca di esempi : un bellissimo frantoio costruito all'interno di un'antica cava di calce custodisce ancora gli antichi "camini", dove venivano lasciate fermentare le olive, il catino (" fonta") su cui girava la macina ( "a mola"), oltre che gli intagli dove veniva fissato il torchio ("u conzu"). ![]() Frantoio della za' Pasqua (Foto: Dario Minnalà) Un secondo nucleo di opifici sorgeva nella parte bassa del quartiere del Carcarone, a pochi metri dal fiume Guccione. Si tratta di cinque grotte e di un edificio, ancora integro, destinati alla concia delle pelli. Gli ambienti erano occupati da grandi vasche, alcune realizzate in muratura, altre ricavate nella viva roccia. Nei processi di lavorazione venivano sfruttate le qualità del sommacco, arbusto colorante ricco di tannino. ![]() Concerie (Foto: Gioacchino Bruno) Un terzo nucleo costituito da mulini si incontra ad est, nella zona dell'Imprimo, e si raggiunge attraversando appunto "il ponte delli molini". Abbarbicati nella costa, su diverse altezze, i tre mulini venivano messi in funzione dalle acque del Guccione che, dalla contrada della Za' Pasqua, raggiungevano la costa dopo un viaggio di circa 2,5 Km. Questi edifici vennero utilizzati come centrali per la produzione di energia elettrica a partire dal 1896. Poco distante, in totale stato d'abbandono e nascosto dalla vegetazione, "'u mulinu de' paraturari" custodisce i resti dei macchinari utilizzati per infeltrire e rendere compatti i tessuti. ![]() Mulino dell'Imprimo (Foto: Gioacchino Bruno) A poca distanza dall'abitato, nella cava del marchese e nei pressi dell'eremo di S. Sofia "arrassu", sono tuttora visibili due bellissimi "palmenti" scolpiti nella roccia. E' chiaro che oltre alla produzione di olio, vino, farina, polvere pirica e pelletteria, si aggiungeva una intensa attività artigianale: la tessitura, la produzione del miele e dei formaggi, la falegnameria, la lavorazione della calce e del ferro e, non per ultima, la produzione di ceramiche ed oggetti in terracotta costituiscono solo alcune delle tante attività che per secoli hanno animato l'antica, ma anche la nuova, Sortino.
I REPERTI
Durante la campagna di bonifica di "Grotte Cannata", avvenuta nel 1998/99 sotto l'attenta supervisione della Dott.sa Beatrice Basile della Soprintendenza ai BB. CC. AA. di Siracusa, vennero casualmente alla luce alcuni reperti archeologici, molti dei quali databili al 1600 e che ci forniscono una testimonianza concreta della vita nel sito prima dei terremoti del 1693. I reperti ritrovati possono essere divisi in tre categorie : 1) reperti litici 2) reperti metallici 3) reperti in ceramica o terracotta. Alla prima categoria appartengono una macina ed un cote in pietra lavica, dei pesi in pietra bianca ed uno stipite con inciso il numero "4". Sono stati ritrovati anche dei microliti preistorici in selce e ossidiana, dei choppers unifacciali, bifacciali e poliedrici, oltre che un'ascia paleolitica. Alla seconda categoria appartengono dei chiodi in ferro a sezione quadrangolare, una chiave ed una forbice in ferro, alcune fibbie, un manico d'ansa bronzeo, un raschiatoio, alcune calotte sferiche in rame utilizzate come regolatori del fuso per tessere, un ditale, alcune posate, dei bottoni in ferro con stella a cinque punte, un anello in ferro ed uno in rame raffigurante un'aquila. Sempre a questa categoria appartengono alcune monete bronzee di età imperiale (200 d.C.) ed altre della zecca di Siracusa ( 405 a.C.), più una moneta bronzea maltese del 1600. Alla terza categoria appartengono due statuine in terracotta raffiguranti S. Sebastiano martirizzato, due fischietti in terracotta (ancora funzionanti), un frammento fittile di forma di volatile, un frammento fittile con figura di vitello in rilievo, numerosi frammenti ceramici in argilla rosa smaltati azzurri su sfondo bianco con decorazioni geometriche, piumate e fitoformiche, alcune ceramiche in argilla rossa e smalto bianco iridescente ed un frammento di skiphos con carenatura. Questi ed altri reperti verranno esposti nell'Antiquarium Medievale di Sortino. E' giusto sottolineare che questi oggetti sono frutto di ritrovamenti sporadici e che solo una attenta e seria campagna di scavi, condotta da archeologi, potrebbe portare a nuovi ritrovamenti e soprattutto fornire nuove informazioni sulla storia millenaria del sito.
Statuine in terracotta raffiguranti S. Sebastiano (Foto: Gioacchino Bruno) SORTINO DIRUTA OGGI
Tra le tante iniziative svolte dall'associazione "SiciliAntica" di Sortino trovo una delle più meritevoli la realizzazione di una "mappa dei sentieri" che permette di conoscere e visitare Sortino Diruta attraverso quattro itinerari : Giallo - Sentiero Za' Pasqua, Verde - Sentiero Concerie, Rosso - Sentiero Gesù Nazareno, Viola - Sentiero Passu 'o pumu. Attraverso questo lavoro, è stato reso fruibile un sito che conserva ancora scorci di incredibile bellezza e che meriterebbe di essere studiato non soltanto da semplici appassionati ma soprattutto da studiosi qualificati. Credo inoltre che una maggiore cura e tutela dei luoghi permetterebbe non solo di salvaguardare le testimonianze storiche e le realtà archeologiche ma di far acquistare al sito anche una valenza naturalistica. Le difficoltà oggettive che rendono difficile la rivalutazione dell'area, che ad oggi risulta ancora "zona agricola", non possono essere un alibi per nessuno. Alla fine degli anni '90, Gioacchino Bruno pensò di promuovere il sito attraverso una campagna di bonifica dell'area denominata "Grotte Cannata", situata nello sperone orientale sottostante la spianata del castello. I campi di lavoro coinvolsero numerosi giovani ed attirarono l'interesse della comunità sortinese su questo sito fino ad allora dimenticato: alla realizzazione dei murales di Villa delle Rose (2000) seguì l'idea di ambientare tra le grotte della Sortino Medievale il presepe vivente, iniziativa che tutti gli anni prende vita il 6 di Gennaio. Nell'agosto 2007, i volontari di SiciliAntica Sortino e di Legambiente, venuti da tutta Italia, hanno continuato l'opera di bonifica dell'area di grotte Cannata ed hanno reso fruibile un bellissimo sentiero nella zona ovest del sito. Nonostante gli sforzi fatti in questi anni, non bisogna dimenticare che lo stato e le caratteristiche dei luoghi finiscono spesso per nascondere agli occhi del visitatore importanti e suggestivi particolari che fanno della Sortino Medievale un luogo unico in tutto il panorama siciliano. Per questo consiglio a quanti fossero interessati alla visita del sito di farsi accompagnare da guide esperte, in grado di far rivivere questa meravigliosa realtà ancora immersa nella leggenda. ![]() Mappa dei sentieri (Foto: Gioacchino Bruno) | |||
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