Valle dell'Anapo

L'alta Valle dell'Anapo

di Fabio Giaccotto

L'alta valle dell'Anapo è certamente uno dei paesaggi naturali più suggestivi e peculiari della Sicilia, collocata all'interno dell'altopiano ibleo, costituisce la maggiore incisione del suddetto massiccio carbonatico, raccogliendo le acque di un bacino che si estende per 471 kmq., la cui parte alta ricade nella zona più piovosa della regione iblea. La ricchezza di acque, la caratteristica morfologia che crea una pluralità di ambienti diversi per la loro esposizione, per la natura dei terreni, per l'umidità, l'impervietà dei luoghi, hanno consentito la presenza di una ricca e variegata vegetazione che ospita una altrettanto variegata fauna. Tale vegetazione e fauna dal 1997 fu messa al sicuro da futuri pericoli, grazie all'istituzione della Riserva Naturale Orientata.

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Plaja dell'Alta Valle dell'Anapo (Foto: Dario Minnalà)

Geologia e idrografia
Il fiume Anapo si origina ad un centinaio di metri al di sotto del Monte Lauro (mt. 986), la parte più elevata dell'altopiano ibleo, in località Guffari e dopo un percorso di 52 km. sfocia nel porto grande di Siracusa con una pendenza media di 16,35 m/km.. Qui ha la foce in comune al Ciane, piccolo e breve fiume, che alimentato da una fonte della stessa acqua dell'Anapo, è famoso per il papiro che cresce spontaneamente lungo le sue sponde. Ovidio nelle "Metamorfosi" narra del mito di Anapo e Ciane, altri poeti e storici parlano dell'Anapo nelle loro opere, come Tucidide, Livio, Plutarco, Eliano sino ai poeti contemporanei come Quasimodo.
La natura calcarea dei terreni che attraversa ha contribuito alla creazione di una rete idrografica soprattutto sotterranea. Il fenomeno carsico ha contribuito alla diffusione di grotte in questo comprensorio, alcune di queste nell'area di Pantalica, quali la grotta dei Pipistrelli e la grotta Trovata per la loro bellezza, profondità e facilità d'accesso sono da sempre meta di visite, oggi regolamentate dalla istituzione della riserva naturale.
Il tratto iniziale del corso dell'Anapo attraversa terreni basaltici Plio-Pleistocenici del complesso del M. Lauro, ove è alimentato da numerose piccole sorgenti, tante quante, secondo i locali, sono i giorni dell'anno. Il fiume attraversa poi una valle più ampia ed aperta, intensamente erosa perché composta da terreni teneri e argillosi che vengono dilavati dalle acque meteoriche con conseguente scarsa presenza di vegetazione arborea.
È all'altezza del centro abitato di Palazzolo Acreide che la valle incomincia ad assumere la caratteristica conformazione a Canyon ("Cava") poiché si va ad incassare per tutto il suo tratto mediano, che prosegue fino all'abitato di Sortino, in rocce più dure, calcaree, divenendo stretta, con pareti ripide e formando in seguito, per la scarsa pendenza, ampi meandri. Superato l'abitato di Sortino, la valle assume una conformazione ampia ed aperta, delimitata a Nord dai monti Bongiovanni e Climiti, ricoperta da alluvioni recenti e terrazzate, tipo le distese pianeggianti di località Villa Cesarea, in questo tratto vi era un vecchio estuario del fiume che si spingeva a questa altezza nella parte iniziale del Pleistocene.
L'alta valle dell'Anapo è dovuta alla emersione della parte centrale degli Iblei per intensi e successici movimenti verticali, dal Miocene superiore al Pleistocene, le repentine variazioni del livello del mare, dovute all'alternarsi delle glaciazioni Quaternarie, sottoposero a intensa erosione la valle che divenne stretta e incassata con il contributo di intense precipitazioni, i grossi massi arrotondati che s'incontrano sul letto del fiume, a volta di natura vulcanica, testimoniano la grande forza di trasporto del fiume durante le piene e i vari livelli raggiunti nel tempo sono evidenziati dalle incisioni che si notano lungo le pareti.
Attualmente la portata del fiume oscilla fra i 600 e i 900 litri al secondo, riceve lungo la sinistra orografica i suoi principali affluenti che sono il Fosso Nocella, che incontra sotto l'abitato di Cassaro e discende da Buscemi, il torrente Ferla, che dal comune omonimo, il Bottiglieria o Calcinara, il fiume di Pantalica, il fiume Ciccio o Guccione, il fiume su cui sorgeva la Sortino medievale, subito dopo il quale riceve, per ultimo, in località Fusco, le acque del rio Costa Giardini, che si origina poco vicino da sorgenti che scaturiscono all'interno di una depressione a forma di conca a sezione imbutiforme, che è quel che resta di un centro eruttivo di tipo diatremico, oggi intensamente coltivato ad agrumeti terrazzati nella parte inferiore, che si può osservare quando da Sortino si percorre la strada provinciale che conduce all'ingresso Fusco della riserva naturale.

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Fiume Anapo (Foto: Dario Minnalà)

La storia recente e l'attività dell'uomo
Sin dalla preistoria il corso del fiume Anapo costituì una via naturale di penetrazione dalla costa verso l'interno del massiccio ibleo, non a caso l'antico abitato di Pantalica sorgeva lungo il suo corso, ad un km. circa, per chi risaliva, dal punto in cui la valle inizia a restringersi per assumere la caratteristica forma a canyon. In epoca storica nessuno dei centri abitati moderni del comprensorio fu ubicato lungo le sue sponde, ma si preferì edificarli lungo il corso dei suoi affluenti principali già menzionati prima.
Tale via naturale fu proposta per la costruzione della ferrovia a scartamento ridotto, la cosiddetta "Siracusa-Ragusa-Vizzini", realizzata tra il 1912 e il 1923 che soddisfava un'antica aspirazione delle popolazioni dei centri abitati dell'entroterra ibleo: aver un collegamento rapido con la costa, il primo progetto di massima di Luigi Mauceri risaliva al 1884. Nel 1911 si costituì la "Società Anonima per le Ferrovie Secondarie della Sicilia" (Safs) alla quale fu accordata con regio decreto la concessione alla costruzione e all'esercizio della ferrovia per 90 anni. Nel 1915 fu inaugurato il primo tronco Siracusa-Floridia-Solarino di km. 17. Il 5 febbraio 1916 si attivò il tronco Solarino-Sortino (Fusco). Poi fu la volta del tratto più impegnativo e arduo, quello compreso tra Sortino e Palazzolo, fu necessario scavare 12 gallerie, costruire 6 ponti e un'infinita di muraglioni di sostegno, non mancarono le difficoltà, ancora oggi è ben visibile un tronco di ponte diruto, dopo la prima galleria per chi entra nella valle da lato Sortino, che fu travolto da una delle innumerevoli piene dell'Anapo mentre era ancora in costruzione, fu necessario modificare il percorso dei binari in quel tratto. Il 4 gennaio 1918, comunque, si attivò il tronco Sortino-Palazzolo-Buscemi, il 5 dello stesso mese la ferrovia raggiunse il bivio Giarratana ed, il 28 dicembre del 1922, Ragusa, il 26 luglio1923 si attivò l'ultimo tratto quello della diramazione bivio Giarratana-Vizzini. Dopo un'iniziale crisi economica (maggiori spese impreviste, alluvioni che danneggiarono la linea, scioperi del personale) seguì un periodo di splendore: fu portato a dieci il numero delle locomotive per soddisfare l'incremento del trasporto di passeggeri e merci. Si effettuarono corse speciali per la visita alla necropoli di Pantalica, ai piedi della quale fu costruita l'omonima stazione a un'ora e 32 km. di distanza dal capolinea Siracusa. Data l'impervietà dell'area non mancarono gli incidenti, il 24 agosto 1926 un convoglio che trasportava asfalto da Ragusa a Siracusa precipitò nell'Anapo nel tratto compreso fra la stazione di Pantalica e quella di Sortino.
Tra i passeggeri più illustri fu di certo il re d'Italia Vittorio Emanuele III, che nel maggio del 1933 si servì del trenino per visitare le antichità di Pantalica. Nel 1939 l'ente gestore stampò la prima pubblicazione divulgativa dell'area di Pantalica e della valle dell'Anapo con preziose foto dell'epoca. La piccola ferrovia non passava vicino ai centri abitati montani, ma a diversi chilometri di distanza e ad una quota inferiore, da Sortino ad esempio bisognava percorrere più di 4 km. per raggiungere la stazione Fusco, così quando iniziarono a diffondersi i mezzi di trasporto su gomma, che arrivavano fin dentro i centri abitati, il trenino perse la sua funzione e il 30 giugno del 1956 effettuò la sua ultima corsa. Dopo qualche tempo furono smontate i binari e tolte le traversine, rimase solo quel lungo sentiero bianco, che oggi percorre tutto il fondovalle dell'area protetta.

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Prima della costruzione della ferrovia non vi erano strade che percorrevano per intero la vallata, né, nel periodo medievale, era attraversata dalle principali vie di comunicazione che collegavano i vari centri montani o questi e i centri costieri, insomma l'alta valle dell'Anapo era meno accessibile e di conseguenza meno frequentata. Scarse sono le notizie sulla valle prima dell'intrusione della ferrovia, possiamo affermare che una coltura che si diffuse in seguito alla sua costruzione fu l'agrumicoltura, la coltura fra le più redditizie in quel periodo nell'isola, che, favorita da un trasporto più agevolato, in parte trovò i capitali per l'impianto degli agrumeti dal rimborso dei terreni che l'ente ferroviario espropriava per far passare il tracciato. L'impianto di tali agrumeti, in parte ancora oggi presenti, non costituì un fenomeno tale da cambiare il volto alla vallata che con le sue pareti scoscese e la povertà del suolo rimaneva prevalentemente terra di pascolo e di boschi coltivati a ceduo. L'allevamento di capre e pecore rimase, infatti, l'attività tradizionale prevalente del luogo. A questa si aggiungeva l'attività di contadini che, data la scarsità di terreni pianeggianti, andavano a seminare il grano su terreni in forte pendenza, per la quale non si poteva utilizzare l'aratro ma ci si serviva del cosiddetto "zappuni".

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Tracciato della vecchia ferrovia (Foto: Fabio Giaccotto)

Altra attività tradizionale era quella delle pesca di trote, tinche e anguille delle quali il fiume Anapo e i suoi affluenti sono stati sempre ricchi, come si apprende dai discorsi dei vecchi pescatori di Sortino. L'apicoltura, diffusa da sempre nell'area iblea, trova una testimonianza della sua presenza nei pressi della ex-stazione di Pantalica, ove si trova un'antica postazione di alveari tradizionali in ferula " a posta re fascetri ", l'unica rimasta nel comprensorio, ove è possibile vedere come si svolgeva un tempo la produzione del miele. Non mancano all'interno della valle dei rudimentali palmenti, ospitati in grotte scavate dall'uomo, a testimonianza della coltura della vite oggi del tutto scomparsa. Infine, in contrada Fusco, era presente un mulino per la produzione di polvere da sparo, azionato dalle acque dell'acquedotto greco, che si diparte dal Bottiglieria, denominato poi " Galermi ".

L'acquedotto greco

Le acque dell'Anapo con quelle del Bottiglieria e del fiume Guccione furono canalizzate in epoca antica e condotte a Siracusa, per uso potabile, irriguo e per azionare parecchi mulini. La sua costruzione si fa risalire a Gelone, tiranno di Siracusa, che utilizzò in gran parte come manodopera i prigionieri cartaginesi vinti nella battaglia di Imera nel 480 a.C.. Notevoli furono le difficoltà incontrate nella costruzione dell'opera idraulica, ricavata in buona parte in gallerie scavate nella roccia.
Infatti occorre tenere presente che la zona attraversata dal canale è impervia, scoscesa ed interrotta da parecchi valloni che si immettono nell'Anapo. Il luogo di presa delle acque fu posto nel fiume Bottiglieria poco prima della confluenza con l'Anapo, a questa se ne aggiunse una seconda sull'Anapo, oggi posta al di sotto della prima galleria della ex-ferrovia. Il problema da risolvere fu quello di mantenere, compatibilmente con gli ostacoli del terreno, il tracciato e la pendenza necessaria per giungere sino a Siracusa, a 26 km. di distanza. Questo problema venne risolto con il sistema dei pozzi, cioè venne fissata esternamente la loro ubicazione e successivamente si eseguì lo scavo sino alla profondità necessaria stabilendo in tal modo tanti punti fissi che determinarono la pendenza del canale sotterraneo e quindi dal fondo dei pozzi si scavarono le braccia delle gallerie tra di loro comprese.
Tale tecnica di costruzione è peraltro confermata da deviamenti e gallerie poi abbandonate dovute ad errori di direzione in cui incorsero gli escavatori. L'acquedotto, mantenendosi ad un'altezza maggiore a quella del corso dell'Anapo, corre parallelamente alla sinistra orografica di esso e ogni volta che incontra un vallone che si immette nell'Anapo, lascia la sponda del fiume e segue l'andamento del vallone. Tali deviazioni, necessarie, dato che i Greci non utilizzavano l'arco che secondo l'ampiezza e la profondità del vallone arrivano anche a lunghezze di alcune centinaia di metri, allungarono parecchio il corso del canale. Per lo scavo della sezione del canale, alto mediamente un paio di metri e largo 60 cm., sembra che oltre allo scalpello si sia usato il sistema del calcinamento, consistente nell'accendere grandi fuochi che riscaldavano il calcare e lo rendendavano più tenero.

La mirabile opera idraulica fu distrutta dagli Ateniesi durante un assedio di Siracusa e rimase in abbandono fino a quando, nel 1570, l'intraprendente marchese di Sortino Pietro Gaetani, su richiesta del Senato di Siracusa, si caricò l'onere della ricostruzione, riservandosi i canoni di concessione d'uso nei confronti della città. Attualmente il canale continua a svolgere la sua antica funzione, anche se le sue acque non azionano più i mulini del teatro greco e sono utilizzate solo per uso irriguo. La sua gestione, di recente è passata dall'Agenzia del Territorio, ente statale, allo Ufficio del Genio Civile di Siracusa, che ne effettua, periodicamente la ripulitura del calcare depositato dalle acque, soprattutto nel tratto che si diparte dal Bottiglieria, notoriamente più ricche di calcare rispetto a quelle dell'Anapo. L'acquedotto localmente fu appellato "a saia e lernu" dove saia sta ad indicare che si tratta di un canale e lernu potrebbe essere l'abbreviazione del nome "Galermi", assegnato in tempi relativamente recenti.

La vegetazione

L'intensa attività antropica all'interno della valle ha influito sull'evoluzione della vegetazione spontanea, che ha ricoperto le ferite prodotte dall'escavazione della vecchia ferrovia, certamente il più invasivo intervento effettuato dall'uomo, ma che è stata modellata prevalentemente dal pascolo nei versanti più ripidi, dalla coltivazione del frumento nei versanti meno scoscesi e per quanto riguarda le formazioni forestali dalla coltivazione a ceduo, per la produzione di legna e carbone. Se è da escludere la presenza di zone coperte da vegetazione originaria o di "wildness" , ciò non significa che l'alta valle dell'Anapo, non costituisca un punto di riferimento per chi vuole conoscere la natura e in particolare la flora mediterranea dell'isola. Le 1.500 specie vegetali presenti, che si associano in svariate formazioni, che a volte si concentrano in uno spazio ristretto, i diversi ambienti che susseguono dall'umido fondovalle fino all'arido altipiano, la rendono sicuramente una delle aree più ricche per diversità botanica. Volendo semplificare le formazioni vegetazionali presenti, descriveremo i plataneti che stanno sul fondovalle, le leccete che ricoprono i versanti, la macchia, la gariga e i pascoli che dalle pendici più assolate si spingono fin sopra l'altopiano, alle piante rupestri, rimandando ad altre opere un maggiore approfondimento, quali quelle prodotte del naturalista Giuseppe Silluzio.

È sicuramente la vegetazione riparia, cioè quella che si sviluppa nel fondovalle in prossimità delle sponde, la più degna di attenzione, vista la presenza del platano orientale (Platanus orientalis), albero spontaneo, che ha il suo areale geografico di diffusione nella parte orientale del Mediterraneo e che in Italia è presente solo lungo i corsi d'acqua dell'altopiano ibleo. Esso insieme ad altre essenze arboree, il pioppo nero e bianco, il salice bianco, il salice pedicellato e l'oleandro costituiscono la cosiddetta foresta ripariale, fitta e lussureggiante, tanto da coprire per intero il corso dell'Anapo e renderlo invisibile dall'alto. Sotto questo strato arboreo cresce un sottobosco ricco di piante lianose come l'edera, la salsapariglia (Smilax aspera), la vitalba, la robbia, il rovo e l'aristolochia, che competono con piante tipiche dei luoghi umidi come l'equiseto, la felce, l'iperico caprino e il capelvenere che preferisce le pareti umide del fondovalle. Altre piante, si stabilizzano, direttamente nel greto del fiume, quali la canna (Arundo donax), che s'installa nei punti in cui la corrente rallenta, la tifa, la menta d'acqua, e il crescione (Nasturtium officinale). Lungo le sponde, ove il terreno viene eroso dalla forza delle piene, s'incontrano piante ruderali, abbastanza comuni nella penisola, non necessariamente legate all'ambiente fluviale, ma che hanno la caratteristica di colonizzare facilmente terreni "nuovi", macerie o terra da riporto, fra le più vistose, il ricino comune dalle ampie foglie a forma di stella, l'angelica (Angelica sylvestris) che fiorisce d'estate, e la cicuta (Conium maculatum), simile e della stessa famiglia dell'angelica (ombrellifere), che spunta a maggio, famosa per le sue proprietà tossiche.

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Platano orientale (Foto: Dario Minnalà)

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Pioppo (Foto: Dario Minnalà)

Da segnalare il calo, forse dovuto alle piene sempre più frequenti, di due essenze arboree: la tamerice (Tamarix gallica) pianta legata alle zone umide che dalla costa risale i fiumi dell'isola; il sambuco (Sambucus nigra) che a differenza della prima è legato all'ambiente di montagna, ma qui nel fondovalle, ove si creano condizioni di umidità e frescura simili, non era raro incontrare. Per quanto riguarda la lotta al cancro blu che ha quasi decimato il platano orientale, la cui protezione è stato uno dei motivi d'istituzione della riserva, si nota una certa ripresa del plataneto lungo il corso del fiume, dovuta forse, alla totale scomparsa degli esemplari infetti, accelerata dall'intervento della forestale, e alla diffusione spontanea di semi provenienti da esemplari più resistenti al parassita, un fungo microscopico (Ceratocystis fimbriata), che si attacca alla base del tronco, che dopo aver prodotto l'ingiallimento delle foglie o un anomalo restringimento delle stesse (microphyllia) ne produce la necrosi in breve tempo.

Le leccete

Con lo spopolamento delle campagne, seguito al dopoguerra, il conseguente calo della pressione antropica, la sostituzione della legna col gas per la cottura dei cibi, la vegetazione arborea si è ripresa e addirittura riformata spontaneamente in luoghi ove era quasi scomparsa. Tale ripresa si può notare confrontando le immagini di alcuni scorci della valle nella pubblicazione del 1939 dell'ente che gestiva la piccola ferrovia e lo stato attuale. L'originaria vegetazione frenata da secoli di tagli, incendi e eccessivo carico di pascolo, sta riprendendosi lentamente gli spazi di un tempo, coprendo in taluni casi anche tratti di necropoli, come quella scavata al di là dell'Anapo, che si trova a metà strada tra la 3° galleria e la stazione di Pantalica.
Occorre constatare che a volte l'uso tradizionale di alcuni di questi boschi demaniali ha consentito a vaste estensioni di lecceta di sopravvivere fino ai nostri giorni, il bosco di Giambra, il più esteso di tutta l'area protetta, antico demanio del comune di Cassaro, si è conservato, grazie alla coltivazione a ceduo finalizzata principalmente alla produzione del carbone.
In questo tratto, ambedue i versanti della valle, sono ricoperti da una vegetazione fitta e uniforme, la lecceta, che si protrae per diversi chilometri, tanto da far pensare di trovarsi in un luogo di montagna. Abbandonato il fondovalle con il suo bosco di salici e platani, se non fossero intervenuti fattori di disturbo allo sviluppo della vegetazione, si sarebbe dovuta succedere la lecceta. Qui la copertura arborea è quasi totale, il leccio sempreverde (Quercus ilex), frammisto a essenze caducifoglie come ornielli (Fraxinus ornus), roverelle (Quercus virginiana) biancospini (Crataegus monogyna) e, terebinti (Pistacia therebintus) olmi e talvolta al carpino nero (Ostrya carpinifolia), asciano passare poca luce per un sottobosco povero, ove il pungitopo (Ruscus aculeatus), compete con l'asparago, con la coronilla (Coronilla emerus) dalla vivace fioritura gialla, con la rosa canina e i ciclamini autunnali. In questo ambiente, poco soleggiato e umido, sopravvive, un relitto del terziario, l'ortica rupestre (Urtica rupestris), pianta endemica degli Iblei.

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Quercia (Foto Milluzzo)

La macchia e la gariga
Ove la lecceta originaria è stata alterata, si alterna ad essa la macchia, fitta e impenetrabile vegetazione ove prevalgono gli arbusti frammisti ai cespugli, essa è composta da arbusti sempreverdi come il lentisco (Pistacia lentiscus), l'alaterno (Rhamnus alaternus), l'oleastro, la fillirea (Phyllirea angustifolia), perastro frammisti a ginestra spinosa (Calicotome infesta), cisto di creta (Cistus creticus) e a enormi cespugli emisferici di euforbia arborea (Euphorbia dendroides), che prima di andare in letargo e perdere le foglie, all'inizio di maggio, infiamma col suo rosso accesso molti versanti della valle.

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Lentisco (Foto Milluzzo)

Se tale formazione viene ulteriormente alterata o anche per impoverimento del suolo, essa cede il posto a una formazione detta gariga dove prevalgono i cespugli bassi. Essa è composta prevalentemente dall'ononide (Ononis natrix) e dal timo (Thimus capitatus). Nei versanti scoscesi della valle, abbondanti sono le piante del salvione (Phlomys fruticosa), della ferula nodosa (Ferulago nodosa) e della valeriana rossa (Centranthus ruber) che in primavera predominano con i loro colori. Dal fondovalle fino all'altopiano si contano più di venti specie di orchidee, dalla comune orchidea omini nudi (Orchis italica), rinvenibile lungo i bordi della vecchia ferrovia alla più rara orchidea bianca (Ophris biancae).

Sull'altopiano domina, dove prima si coltivavano le graminacee, il barboncino siciliano (Hyparrenea irta), un'erba perenne e tenace appartenente alle graminacee che conferisce un aspetto steppico ma che se devastata dall'incendio ricresce con facilità, detta volgarmente "gibbigghiuni" è molto apprezzata dagli animali da pascolo a differenza dall'asfodelo, "vastuni ri San Giuseppe", che deve a questa sua caratteristica la sua diffusione. Risalendo la valle, oltrepassata la confluenza del torrente bibbinello, i versanti della valle sono ricoperti in maniera quasi totale da un'altra specie della famiglia delle graminacee, l'ampelodesma (Ampelodesma tenax), tanto da rendere il paesaggio monotono. Alla pari del barboncino non teme il fuoco e consolida, con il suo sviluppato ed ramificato apparato radicale, i versanti della valle, localmente assume il nome di "liammi".

La vegetazione rupestre
Data l'ampia superficie ricoperta dalle rocce, la valle ospita un' interessante serie di piante che si sono specializzate a vivere nelle piccole fenditure del calcare o in pochissimi strati di terreno vegetale:

  • sulle rupi esposte a nord, più umide e fresche, ove domina l'edera, qui rappresentata da esemplari secolari, attecchisce il trachelio sicilianio (Trachelium lanceolatum) pianta endemica degli Iblei, che fiorisce ai primi di luglio con le infiorescenze di bluette intenso, altra pianta dalla fioritura tardiva e il garofano rupestre (Dianthus rupicola).
  • Sulle rupi più assolate incontriamo la putoria delle rocce (Putoria calabrica), insieme al rosmarino e i capperi, le cui foglie resistono anche agli incendi.
  • Una crassulacea, la borracina (Sedum Caeruleum) s'installa sulle rocce più piane, ove s'accumula un minimo di humus, colorando di rosso in estate il bianco calacare di Pantalica.

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Trachelio siciliano (Foto Milluzzo).

La fauna
A parte alcuni studi specifici e settoriali, la fauna della riserva non è stata mai oggetto di studi approfonditi e sistematici neanche dopo l'istituzione della riserva naturale, non si è mai effettuato un censimento, neppure per la trota macrostigma, la cui protezione insieme a quella del platano orientale è uno dei motivi di istituzione dell'area protetta, non sappiamo, per esempio se dopo 10 anni di gestione della riserva la popolazione di trote indigene si sia incrementata o sia in calo.
Per descrivere la fauna presente prenderemo come riferimento, oltre che le testimonianze dirette, una breve serie di indagini svolte nel 1976-78 e nel 1985 dalla sezione Wwf di Siracusa guidate dall'ornitologo Salvatore Baglieri e le osservazioni svolte sul campo, effettuata dal 1985 ad oggi, dal naturalista Saverio Cacopardi, frequentatore assiduo del sito in esame e autore per conto dell'ente gestore di una guida all'ambiente dell'alta valle dell'Anapo nel 1991.
Da un antico documento del '600, un bando del marchese Gaetani, si desume che nella vallata vivevano ancora i daini, di tale presenza non è rimasta alcuna traccia nella memoria collettiva delle popolazioni locali, a differenza del lupo, di cui si hanno testimonianze fino agli anni venti. Scomparsi questi grandi mammiferi, l'area protetta ospita, tuttavia, una discreta varietà di fauna che descriveremo, come per la vegetazione, a partire dal fondovalle.
Per dare l'idea della cospicua presenza di trote, tinche e anguille, già accennata prima, estesa anche ai piccoli affluenti dell'Anapo, vorrei citare un episodio narratomi da un agricoltore avvenuto nel rio Costa Giardini negli anni sessanta. In pratica rinvenne disteso nell'acqua bassa un grosso serpente immobile, in apparenza senza testa, si trattava di un colubro leopardino, che non aveva finito di ingoiare una grossa anguilla, ucciso il colubro tirò fuori l'anguilla che divenne un pasto per la cena. La presenza del granchio fluviale (telphusa fluviatilis) ci attesta la buona qualità delle acque dell'Anapo, molto diffusa risulta la biscia dal collare (Natrix natrix), come pure la gallinella d'acqua (Gallinula chloropus), che difficilmente si fa osservare, visto il lungo periodo di caccia a cui è stata sottoposta in passato. Sulla presenza del merlo acquaiolo (Cinclus cinclus meridionalis), segnalato in passato come nidificante non abbiamo certezza, mentre il martin pescatore (Alcedo atthis) pare sia tornato a nidificare sulle sponde del fiume. Tra l'avifauna minore legata al fiume non mancano l'usignolo di fiume (Cettia cetti), e lo scricciolo (Troglodytes troglodytes) dal breve canto a cascata, in inverno non è raro imbattersi nell'airone cinerino che staccatosi dalle colonie stanziate nei pantani della costa, risale l'Anapo per svernare. Tra gli anfibi, da segnalare è la presenza del discoglosso dipinto (Discoglossus pictus) simile alla rana comune, ma meno diffusa.

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Natrix Natrix (Foto: Dario Minnalà)
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Discoglossus pictus (Foto: Dario Minnalà)

Nella lecceta, come pure nel plataneto, riecheggia il verso stridulo della ghiandaia che condivide il territorio con il merlo, il rampichino (Cerchia brachydactyla) e le abbondanti cinciarelle (Parus caeruleus) e cinciallegre (Parus major), di recente è stata segnalata la presenza del picchio rosso maggiore, che trova il suo habitat nelle formazioni forestali più mature della valle. Non si ascolta più il canto del gufo reale (Bubo bubo), il maggiore dei rapaci notturni d'Italia, che non disdegnava di predare i rapaci diurni, quali falco pellegrino o gheppio. Si potrà ascoltare il richiamo notturno degli allocchi, predatori di piccoli roditori quali il mustiolo, crocidura o il comune topo di campagna. Il colubro leopardino (Elaphe situla leopardiana), dal mantello a macchie granate, da cui il nome locale di "scursuni aranatu" , altrove raro, qui è abbastanza diffuso e abita pure gli agrumeti dei dintorni. Fra i piccoli mammiferi più interessanti che abitano il bosco è il quercino (Eliomys quercinus), un piccolo ghiro, con una mascherina nera sugli occhi.

Dove il bosco si dirada e cede lo spazio alla gariga, vegetazione più bassa e aperta, incontriamo l'avifauna tipica di questi ambienti, quale il saltimpalo (Saxicola Torquata), l'occhiocotto (Sylvia melanocephala), il beccamoschino (Cisticola juncidis) l'averla capirossa (Lanius senator), che infilza le proprie prede sulle spine dei peri selvatici prima di mangiarle, la coturnice sicula (Alectoris graeca witacheri), quest'ultima ha seguito il regresso delle coltivazioni cerealicole che le fornivano abbondanti risorse alimentari, ma ancora abbastanza diffusa, nonostante l'intensa caccia, sui pendii più impervi della valle, ove s'invola con un frullio d'ali e un volo retto e potente al minimo disturbo. Tra l'erpetofauna il biacco (Coluber viridiflavus carbonarius) è la specie dominante, più rara a incontrarsi la vipera (Vipera aspis hugyi) che predilige gli ambienti della macchia. Il congilo (Chalcides ocellatus) appellato localmente "u tirasciatu", piccola lucertola dagli arti ridotti, è presente nei luoghi più aridi, mentre la testuggine terrestre (Testudo hermanni), rinvenibili nei territori di natura vulcanica intorno alla valle, non è stata rinvenuta all'interno della valle dell'Anapo.

Le alti pareti a strapiombo della valle con le loro numerose piccole cavità naturali offrono alloggio all'avifauna maggiore. Dispiace non poter segnalare la presenza dell'aquila del Bonelli (Hieraetus fasciatus) un tempo fra le specie nidificanti, come pure la presenza del nibbio reale (Milvus milvus), una specie un tempo diffusa nel territorio, il cui appellativo locale, a Sortino, era "u miliuni" che era sinonimo di rapace, data la sua capacità di catturare una piccola gallina e portarsela via in volo. Scomparso pure il capovaccaio (Neophron percnopterus), ormai solo di passa, fra i grandi corvidi è rimasto solo il corvo imperiale (Corpus corax), che con il regresso dell'allevamento di pecore e capre si è ridotto di numero. In ripresa è, invece, la popolazione di falco pellegrino (Falco peregrinus), di cui sono stati segnalati nuovi siti di nidificazione, costante la popolazione di poiane, che rappresenta il più grande rapace dell'area.

Fra i mammiferi, oltre al quercino, abbastanza diffusi sono le volpi, sull'altopiano le lepri e il coniglio, la martora (Marte martes), piccolo predatore dalle dimensioni di un gatto, è stata segnalata spesso all'interno della valle, come pure l'istrice, il più grosso roditore dell'area, i cui aculei si rinvengono, a volte, lungo i sentieri della riserva. Comuni sono pure il riccio e la donnola, "'mbetrula", nota per le sue razzie all'interno dei pollai.

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Riccio (Foto: Sebiana Marino)

L'istituzione della riserva naturale
La proposta di riserva del Wwf comprendeva il tratto dell'alta valle dell'Anapo che va da Palazzolo a Sortino, poi l'Assessorato Territorio Ambiente, cui compete la facoltà di istituire parchi e riserve naturali in Sicilia, optò per un'area ridotta, che va da Cassaro a Sortino, delimitando l'area a quella porzione di territorio che in gran parte la Forestale aveva già acquisito.
L'istituzione della riserva naturale orientata detta di "Pantalica Valle dell'Anapo e torrente Cava Grande" avvenuta nel 1997, ma gestita già dal 1988 dalla Forestale come se lo fosse, pose fine ad un prolungato periodo di degrado di questo importante patrimonio naturale, all'azione secolare di disturbo di una pesca abusiva, a volte praticata con l'ausilio del cianuro, e da una caccia incontrollata, si aggiungeva, dopo gli anni '70, quella dei gitanti della Domenica che sempre in maggior numero affluivano lungo le sponde dell'Anapo lasciando cumuli di rifiuti e spesso bivacchi accesi da cui si originavano pericolosi incendi. In seguito ad uno di questi incendi, avvenuto nel 1988, la valle fu chiusa al traffico veicolare con un'ordinanza del Sindaco di Cassaro e di Sortino. Si istituì un servizio di bus-navetta per rendere più agevole la visita nella valle. Contemporaneamente furono stampate le prime cartine della riserva, si offrì pure un servizio di trasporto con un carro trainato da cavalli, si istituì un servizio guide per accompagnare i gruppi di visitatori, si effettuarono delle migliorie al fondo della ferrovia, si ristrutturarono i vecchi caseggiati, come la stazione di Pantalica e la masseria Specchi, si segnarono i sentieri, si effettuò una drastica ripulitura del plataneto dagli esemplari infetti, si rimboschirono con essenze autoctone alcune versanti della valle, si realizzarono diverse aree attrezzate, si rifecero molti muretti a secco crollati, s'intraprese, una grande opera di manutenzione dei manufatti dell'uomo e di creazione di servizi al visitatore, ma purtroppo senza un piano ben preciso.
Nel 1999 per il venir meno dei fondi regionali, fu abolito il servizio dei bus-navetta, e si manifestarono i problemi dovuti alla carenza di un piano di gestione: le aree attrezzate più lontane rimasero inutilizzabili, la masseria Specchi diventò irraggiungibile e il numero dei visitatori censiti ai due ingressi passò dai 30.000 degli anni '90 ai meno di 20.000 dei giorni nostri.
Pur disattendendo, finora, le aspettative delle popolazioni locali di una crescita economica legata ad un flusso turistico stabile e continuo, oggi, l'istituzione della riserva naturale ha assolto e assolve al suo compito di preservare la naturalità di questi luoghi, che riescono per la loro bellezza a regalare un momento di distensione e svago anche al visitatore meno esperto di natura, ma non meno sensibile al fascino emanato da questi luoghi, tanto da far scrivere allo scrittore Borghese: "sulle rive dell'Anapo l'arcadia primigenia risuscita e trova la sua parola, la favole scendono agli uomini, ed essi senza fatica, quasi librandosi van loro incontro".

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Casa Specchi (Foto: Fabio Giaccotto)

BIBLIOGRAFIA

Alessandro Carella, La Valle dell'Anapo e le antichità di Pantalica, Catania,1939.
AA.VV., L'alta Valle dell'Anapo, Sezione WWF-Siracusa, 1985.
Saverio Cacopardi, Guida all'ambiente dell'alta Valle dell'Anapo, Siracusa,1993.
Giuseppe Silluzio, Pantalica Valle dell'Anapo Monte Lauro, Morrone Editore-Siracusa, 2001.
Lidia Messina, Libro Rosso di Sortino, Siracusa, 2003.

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